Vini del ponente ligure: il Rossese tra siepi di rose

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Dal vermentino all'ormeasco e al moscatello di Taggia. Dove la vite si mescola agli ulivi. E alle storie narrate da Biamonti e Nico Orengo

Vini del ponente ligure: il Rossese tra siepi di rose

Imperia
Martedi 12 giugno 2012

Questo articolo è tratto dal numero di maggio-giugno 2012 della rivista Blue Liguria, dedicato al business dell'enologia (5 milioni di bottiglie prodotte l’anno in Liguria), che schiera una nuova generazione di appassionati imprenditori e che ha nel Vermentino e nel Rossese di Dolceacqua le punte di diamante.
Salvatore Marchese, giornalista enogastronomico allievo e amico di Luigi Veronelli, spiega il successo dei vini liguri: lo si deve alla qualità dei vigneti, all’entusiasmo dei produttori e al rigore dei controlli. Altri due articoli completano il lungo inserto: uno è dedicato alle Signore del vino, che gestiscono aziende rinomate a Gavi e Albenga, l’altro ha per protagonista un architetto genovese trasferitosi in Val d’Orcia a produrre il famoso Brunello.

Boccali e bicchieri sono l´occasione anche per brindare ai tre anni di Blue, che festeggia con opinioni, firme (e auguri) di amici e personaggi legati alla nostra terra, tra cui Antonio Ricci, Carla Signoris, Tullio Solenghi, Lella Costa, Andrea Camilleri, Bruno Morchio, Beppe Gambetta, Carlo Rognoni, Gianna Schelotto, Silvia Salis, Dario Vergassola, Giorgio Faletti.

In vista delle Olimpiadi, Giorgio Cimbrico racconta con uno speciale Verso i Giochi tutti i cambiamenti realizzati nella città per ospitare, per la terza volta nella sua storia, l´evento sportivo per eccellenza.
Un viaggiatore d’eccezione come Pietro Tarallo conduce i lettori nei caruggi di Orhan Pamuk, i vicoli di Istanbul che ricordano quelli di Genova. Ci sono poi i nuovi libri di Alberto Cavanna e Silvia Di Natale, interviste alla filosofa Nicla Vassallo e al giovane attore del film Diaz Davide Iacopini, consigli sulla migliore spesa bio a Genova e in Liguria, le mostre da non perdere tra maggio e giugno, il Parco di Portofino e le Cinque Terre da vivere in bici o in canoa, e un ricordo di Giorgio Labò, protagonista del libro di Pietro Boragina.

Prendetela per quella che è, un'opinione personale che nasce dai racconti dei vecchi e dalle cose viste: nel Ponente ligure si piantava la vite dove non si poteva mettere altro. Per carità i produttori professionali erano lì come ovunque, tant'è che Andrea Doria serviva rossese in tavola, Napoleone se lo faceva spedire a botti. E poi la vite è di molto precedente all'ulivo. Tuttavia il racconto della foca monaca che arrancava sulla collina a picco sul mare per mangiare l'uva di vermentino dei Novaro - i signori olio Sasso - a Imperia e i piccoli vigneti sempre al di sotto degli uliveti e i pergolati di uva fragola per fare un po' d'ombra, depongono in favore della teoria fantasiosa. Gli ulivi troppo vicini al mare, sono attaccati dalla mosca olearia, meglio coltivarli in alto e affidare alle viti il compito di consolidare il terreno franoso, oltre a cavarci il vino.

E il celeberrimo rossese, primo DOC della Liguria, non si chiama così - secondo le ultime teorie - perché il vitigno era coltivato su un terreno roccioso? Sono capaci tutti di improvvisare un'etimologia banale da rosso; solo Francesco Biamonti poteva inventare quella dei contadini che piantavano siepi di rose ai bordi dei sentieri, per tornare a casa più di buon umore (da qui l'aroma di rosa del vino); la verità probabilmente sta nelle rocce. Infatti una new entry già celebre nel settore è Dino Masala, che ha riportato in vita proprio l'antico roccese, ha messo su un'azienda enorme a Airole, A trincea, e produce un vino molto apprezzato. A trincea è tra le poche a avere un sito internet e fa tenerezza guardare la rassegna stampa, leggere il nome sulla didascalia della foto di una star del wrestling che l'ha visitata, proprio accanto a quella di Nico Orengo, che ne è priva. Fa piacere poter credere che gli scrittori non abbiano bisogno di presentazioni e i wrestler sì.

Il filo dei ricordi ci ha fatto iniziare dal ponente estremo - Dolceacqua e dintorni - ricco di cultura, architetture integre, paesaggi estremi in bellezza e suggestione, raffinati alimenti e vini, quindi chiudiamo con il rossese citando un'altra manciata di bei produttori non proprio ordinari: I maixei - che sono i muri a secco delle terrazze liguri - ha un bel sito web, completo di storia del rossese e vale una visita per il paesaggio, oltre che per il vino; la tenuta Anfosso di Soldano, viti antiche e azienda giovane quanto rampante; Du Nemu di Dallorto, a Dolceacqua, bel sito web, etichetta design - finalmente! - è un'azienda antica e giovane al tempo stesso.

Spostandosi a levante è indispensabile una sosta a Ceriana - entroterra di Sanremo - dove l'intrepida famiglia Mammoliti lavora da dieci anni insieme agli scienziati - Università di Torino, CNR - al recupero del moscatello di Taggia. Con successo, per fortuna.
Imperia e il suo entroterra si sono un filo adagiate sulle glorie del passato: la fama trasmessa da mitici oleari che non ci sono più, l'alimentazione mediterranea che è ormai una griffe, tant'è che non c'è un'azienda sul web. A parte la Tenuta colle dei Bardellini, che è anche un agriturismo e produce vermentino e pigato.

Ma torniamo ai nomi, che nascondono le meraviglie della storia dei popoli che - sul Mediterraneo - hanno fatto il mondo. Quello del Vermentino cela un mistero piccolo: se derivasse da fermentino e - dato che in Liguria la f non si trasforma in v - provenisse dalla Sardegna o dalla Corsica, dove quella sonorizzazione è naturale? È una storia affascinante, non meno di quella -più nota- dell'Ormeasco che forse proviene da Ormea, importato dai saraceni, o forse invece ha un'origine più pacifica ed è il paese -importante e antico nodo del traffico commerciale tra il mare, i monti e poi il nord- a prendere il nome dal vino. E infine il Pigato: si dice tragga il nome dai puntini scuri che picchiettano gli acini, potrebbe invece avere una derivazione latina, da picatum che indica i vini aromatizzati -spesso con la pece- e quindi vantare un'origine antichissima. Se ci si interessa davvero a ciò che si ama o anche solo apprezza, la curiosità porterà lontano, lontanissimo. Non siamo forse ciò che mangiamo?

Antonella Viale
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