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'Il bambino nel casone' di Alessia Chizzoniti

 
Dal liceo Amoretti di Imperia arriva una storia di morte e rinascita. Sullo sfondo gli orrori della seconda guerra mondiale. Leggi il racconto della scrittrice ponentina
 
   

     
Pieve di Teco, 20 febbraio 2012
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di Alessia Chizzoniti
   
 
Alessia Chizzoniti, ha 19 anni, è nata e vive a Pieve di Teco; frequenta la classe V indirizzo sociopsicopedagogico del Liceo C. Amoretti di Imperia.

Avrei certamente fatto il boscaiolo da grande, il lavoro più pericoloso di tutti perché hai a che fare con giganti alti e molto pesanti che quando prendono vita e muovono il loro corpo non lasciano scampo ai  più disattenti. Il bosco ti tempra e se non ti uccide ti rende robusto, forte e furbo.

Fino a che ho lavorato e giocato nei boschi con mio nonno e mio padre la vita sembrava monotona. Il boscaiolo è una persona monotona.Ma quando è giunta a noi la guerra ho sentito una tremenda malinconia di quella routine. Era il 1943. Un giorno di marzo giunse la notizia che soldati armati e cattivi, i mangiatori di uomini, come li chiamavamo noi bambini, sarebbero arrivati a breve nel nostro paese per un rastrellamento. Quel vento gelido arrivò più presto del previsto e proprio mentre io e la mia famiglia stavamo per scappare.

«Lasciare valige e seguire noi»,  fu l'ordine di un soldato.  Ubbidimmo, terrorizzati. Solo io mi resi conto che, poco sotto di noi, le persone venivano ordinate in fila e non, come succedeva al solito, divise  per sesso ed età. Capii. Mi nascosi dietro un albero e  nessuno se ne accorse. Dopo qualche minuto una serie infinita di esplosioni accompagnate da pianti ed urla terrificanti. Poi il nulla. Silenzio. Risa e, sul selciato, il rumore sinistro dei passi di marcia dei soldati .
Capii. Mi rifugiai in un casone enorme abbandonato, e lì restai. Niente sarebbe stato più come prima. Non riuscivo a dormire e l’angoscia mi attanagliò la gola.  Ero solo, tutti erano morti e forse sarei dovuto morire anche io allora…

Mi trovò mio nonno, che era partigiano, nella penombra del casone. Ero sporco, magro, debole, e puzzavo, ma ero vivo. Il mio animo di fanciullo se n'era andato, e mentre le ferite esterne si rimarginarono, quelle dell’anima restarono per sempre. Guido sparì, come la sua infanzia. Ero un bambino perduto…

Oggi sono un aitante giovane di diciotto anni. Frequento l’ultimo anno del Liceo classico di Imperia e vivo con i nonni nel mio paese, il borgo di Pieve di Teco, il mio nido.

Driiiindriiiiin… Spengo la sveglia, tanto non dormo da ore. A volte di notte mi piace scrivere, storie fantastiche. Ma stanotte è stato diverso, ho pensato: basta scrivere avventure di altri, devi scrivere la storia del bambino Guido

«Guido è tardi, la corriera non ti aspetta!». Ecco la nonna che come un generale impartisce ordini. Mi vesto e mi lavo la faccia. I capelli biondi sono più ricci del solito stamattina e circondano il mio viso stanco. Faccio rapidamente colazione con castagne secche e latte. Saluto con un bacio i nonni e filo a rotta di collo per non perdere la corriera. Appena in tempo!
Trovo un posto negli ultimi sedili inzaccherati e sfasciati. Cerco la posizione migliore per un pisolino. E dopo un po’:  «Sei Guido? Sei tu Guido? Allora?! Sei forse sordo?», reclama con caparbietà la stessa voce.

Sollevo una palpebra. Lei. Lei mi è davanti e con sguardo interrogativo mi osserva. Vorrebbe sedersi vicino a me. Il suo profumo mi risveglia. È stupenda, alta, con i capelli corti da maschio. Gli occhi di cioccolato. Mi prende la mano.  «Mi chiamo Alessia, sei Guido?». «Sono Guido, e allora?», rispondo con freddezza  e smarrimento.
«Calmati, non ti mangio mica! Rispetto alle foto che conservo da anni, sei cambiato molto». Ma presto sono costretto a scendere.

Le ore di lezione sono lunghe e tremendamente noiose. Finalmente, al suono dell’ultima campanella sono di nuovo libero. Non ho voglia di prendere il pullman, così decido di tornare a casa a piedi. Poi comincia a piovere, e lungo la strada faccio un incontro: un cavallo superbo che sporge il muso da sopra un muraglione. Una ragazza accarezza il cavallo.

«Sali, dai!» E’ Alessia, completamente fradicia e il suo viso è tremendamente adorabile…
«Pensi di ignorarmi ancora per tanto? Forse non hai memoria di me. Quel giorno ero lì con te, nel cespuglio vicino, ma tu eri troppo spaventato per accorgertene» «Chi sei?», le chiedo confuso.
«Non mi conosci come Alessia, forse mi ricordi come la figlia di Giangiacomo, detta Gigiona, a quell’età non ero certo molto esile…».

«Oh santo cielo, certo che ti conosco», ma non riesco a dirlo. «Ho perso tutta la mia famiglia tranne la mamma quel giorno. Pensavo che fossi stato ucciso anche tu e invece ad agosto ho visto la tua foto sul giornale; avevi vinto un importante Premio letterario nazionale. Quest'estate, con la mamma siamo ritornate. Tra queste montagne, abbiamo ritrovato la pace. Alla fine di agosto mi sono iscritta al Liceo delle Scienze Umane di Imperia e ho cominciato a cercarti« Poi si avvicina. «Sono con te per sempre» mi dice baciandomi intensamente.
«Aiutami a scrivere la storia del nostro passato… e ricominciamo a vivere, non ti lascerò mai più sola», le sussurro.

Lei non parla e mi prende una mano tra le sue.

 
 
 
 
 
 
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