«Il bosco immaginario è un bosco di passi perduti, di suoni altri, con un solo argomento centrale: il linguaggio. E per me, alla mia età, un gioco tra generazioni». Dopo una vita passata a lavorare con Carmelo Bene e Luigi Squarzina, Franco Carli ha ancora voglia di rimettersi in gioco.
Lo fa salendo sul palco del Teatro Cavour, mercoledì 16 marzo 2011, alle 21, con Nel bosco immaginario, uno spettacolo scritto e interpretato assieme agli studenti del Dams di Imperia: un'operazione partita come laboratorio didattico che sfocia in un vero teatro per un pubblico pagante.
«Lo spettacolo nasce dall'università, ma si sviluppa in una stagione teatrale vera -spiega Carli- prima e dopo di noi ci sono allestimenti di professionisti del calibro di Paolo Poli. Si tratta di un fatto eccezionale, un laboratorio che non si esaurisce all'interno della Facoltà, ma esce all'esterno, con la responsabilità di soddisfare un pubblico che sceglie di comprarlo. Conciliare il percorso didattico con l'esito non è facile».
Nel bosco immaginario, infatti, viene proposto al Cavour fuori abbonamento, per due recite (replica giovedì 17, ore 10).
La storia, con una matrice del più tipico teatro di narrazione, prende le mosse da Italo Calvino. «Calvino apre e chiude il percorso -spiega Carli- Si parte dalle città invisibili, che già i ragazzi conoscevano per un laboratorio fatto lo scorso anno, per poi aprirsi verso i destini incrociati. Come nei tarocchi, c'è un modo combinatorio di raccontare delle storie. E proprio come nel racconto di Calvino, la fine inevitabile è l'afasia, la perdita delle parole».
Il testo è stato scritto dagli studenti del Dams a partire da un corso di drammaturgia tenuto dal prof. Roberto Trovato. A questo canovaccio di base si sono aggiunte le suggestioni e i suggerimenti di Carli. «Il testo è in realtà un pre-testo continuamente ridiscusso durante le prove. Gli ingredienti della drammaturgia sono il tessuto connettivo che tiene insieme tutti i tasselli, una forma di collage in grado di raccogliere i contributi dei classici, da Leopardi a Ovidio, da Boine a Calvino, fino alle suggestioni popolari».
Nel bosco immaginario un ruolo portante è rivestito dalla musica, composta dal prof. Claudio Lugo e dagli studenti del Dams. «Amo definire questo gruppo di lavoro, con un esempio calcistico, una lega semi-pro -scherza il regista- Io stesso sono in scena con altri cinque ragazzi: qualcuno ha già avuto esperienze professionali, altri no, ma quello che conta è che siamo tutti lì per raccontare delle storie. Sono rapporti tra generazioni che nascono e si sviluppano durante le prove, vedremo se renderle palesi al pubblico o tenerle per noi».
Il lavoro sul palcoscenico di Carli, il suo rapporto col testo e con gli attori in un continuo work in progress, ricorda molto da vicino il teatro sperimentale italiano degli anni Sessanta. Cosa ritrova di Bene e Squarzina l'attore Carli che diventa regista? «Molto poco come metodo, per la mancanza di professionisti accertati, ma l'esperienza è molto simile ad episodi della mia carriera, marginali rispetto al lavoro stabile, ma che mi hanno comunque profondamente segnato. Ripenso alla Rosa Luxemburg di Luigi Squarzina: la costruimmo nello stesso modo».