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© foto: Lauro Laura  -  Franco Carli (al centro) e Claudio Lugo al lavoro con alcuni ragazzi del Dams
 

Franco Carli porta in scena i ragazzi del Dams al Teatro Cavour

 
Dopo una carriera con Squarzina e Bene, l'attore porta in un teatro vero un laboratorio universitario. «Nel bosco immaginario è un gioco tra generazioni». Un esperimento inedito
 
   

     
Imperia, 28 febbraio 2011
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mentelocale di
Matteo
Paoletti
   
 
Franco Carli debutta nel 1961 con Carmelo Bene a La Borsa di Arlecchino di Genova, passa quindi al Teatro Stabile dove rimane fino al '64. Dal '64 al '68 è al Teatro Durini di Milano, qui lavora con Bogdan Jerkovic, Dario Fo, Giovanni Poli.
È quindi nel cast televisivo de Le nostre serate di Giorgio Gaber. Negli anni Settanta ritorna allo Stabile di Genova e dà vita con un gruppo di colleghi alla cooperativa Teatro Aperto. Nel '76 partecipa alla Biennale di Venezia insieme a Michele Marchi.
In collaborazione con Edward Neill compie ricerche sulle tradizioni popolari del ponente ligure, da cui nascono due trasmissioni radiofoniche Rai: Mazaghèn e, con la collaborazione di Lea Landi, Verso Ponente. Dirige a più riprese il Teatro Cavour di Imperia. Numerose sono le collaborazioni con il Teatro della Tosse e con Luigi Squarzina. Collabora attualmente con il Dams di Imperia.

Nel bosco immaginario
Un automobilista si ritrova in una zona impervia dell'entroterra imperiese, con il rischio di restare senza benzina. A un tratto, nel buio, gli appare la lucina gialla di un distributore. Il benzinaio ha uno strano sorriso mentre gli rende le chiavi dell'auto. Da questo momento il nostro viaggiatore, inoltrandosi in un metaforico bosco, vede e ascolta storie che si dipanano legate l'una all'altra da un tenue filo. Entra ed esce dalle differenti vicende che raccontano sconfitte personali e storiche, brandelli di racconti d'amore e di mistero fino a perdere la parola, o meglio, fino all'impossibilità di esprimersi e di capire le storie altrui, una sorta di collasso della comunicazione. Il momento angoscioso dell'afasia è però anche il momento del risveglio del nostro viaggiatore che si ritrova solo, con la portiera spalancata e le chiavi nel cruscotto. Ha sognato? Ha vissuto? O forse, è stato solo il filo della sua scrittura a legare insieme fantasia, realtà e parole?

«Il bosco immaginario è un bosco di passi perduti, di suoni altri, con un solo argomento centrale: il linguaggio. E per me, alla mia età, un gioco tra generazioni». Dopo una vita passata a lavorare con Carmelo Bene e Luigi Squarzina, Franco Carli ha ancora voglia di rimettersi in gioco.
Lo fa salendo sul palco del Teatro Cavour, mercoledì 16 marzo 2011, alle 21, con Nel bosco immaginario, uno spettacolo scritto e interpretato assieme agli studenti del Dams di Imperia: un'operazione partita come laboratorio didattico che sfocia in un vero teatro per un pubblico pagante.

«Lo spettacolo nasce dall'università, ma si sviluppa in una stagione teatrale vera -spiega Carli- prima e dopo di noi ci sono allestimenti di professionisti del calibro di Paolo Poli. Si tratta di un fatto eccezionale, un laboratorio che non si esaurisce all'interno della Facoltà, ma esce all'esterno, con la responsabilità di soddisfare un pubblico che sceglie di comprarlo. Conciliare il percorso didattico con l'esito non è facile».
Nel bosco immaginario, infatti, viene proposto al Cavour fuori abbonamento, per due recite (replica giovedì 17, ore 10).

La storia, con una matrice del più tipico teatro di narrazione, prende le mosse da Italo Calvino. «Calvino apre e chiude il percorso -spiega Carli- Si parte dalle città invisibili, che già i ragazzi conoscevano per un laboratorio fatto lo scorso anno, per poi aprirsi verso i destini incrociati. Come nei tarocchi, c'è un modo combinatorio di raccontare delle storie. E proprio come nel racconto di Calvino, la fine inevitabile è l'afasia, la perdita delle parole».

Il testo è stato scritto dagli studenti del Dams a partire da un corso di drammaturgia tenuto dal prof. Roberto Trovato. A questo canovaccio di base si sono aggiunte le suggestioni e i suggerimenti di Carli. «Il testo è in realtà un pre-testo continuamente ridiscusso durante le prove. Gli ingredienti della drammaturgia sono il tessuto connettivo che tiene insieme tutti i tasselli, una forma di collage in grado di raccogliere i contributi dei classici, da Leopardi a Ovidio, da Boine a Calvino, fino alle suggestioni popolari».

Nel bosco immaginario un ruolo portante è rivestito dalla musica, composta dal prof. Claudio Lugo e dagli studenti del Dams. «Amo definire questo gruppo di lavoro, con un esempio calcistico, una lega semi-pro -scherza il regista- Io stesso sono in scena con altri cinque ragazzi: qualcuno ha già avuto esperienze professionali, altri no, ma quello che conta è che siamo tutti lì per raccontare delle storie. Sono rapporti tra generazioni che nascono e si sviluppano durante le prove, vedremo se renderle palesi al pubblico o tenerle per noi».

Il lavoro sul palcoscenico di Carli, il suo rapporto col testo e con gli attori in un continuo work in progress, ricorda molto da vicino il teatro sperimentale italiano degli anni Sessanta. Cosa ritrova di Bene e Squarzina l'attore Carli che diventa regista? «Molto poco come metodo, per la mancanza di professionisti accertati, ma l'esperienza è molto simile ad episodi della mia carriera, marginali rispetto al lavoro stabile, ma che mi hanno comunque profondamente segnato. Ripenso alla Rosa Luxemburg di Luigi Squarzina: la costruimmo nello stesso modo». 

 
 
 
 
 
 
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