Un Castoldi 'regolare' e Renzo Arbore aprono la rassegna. Il racconto delle prime due serate. Recensione di un'edizione un po' sotto tono
© Giacomo Revelli
Sanremo (Imperia)
Sabato 13 novembre 2010
Come sempre, con la raccolta delle olive, arriva anche il
Tenco.
Non c'entra niente, ma ormai è tradizione: come accade sulle
colline attorno Sanremo, anche all'Ariston, per la Rassegna
della canzone d'autore, si combina ogni anno qualcosa
di buono, a volte di unico, ma dal sapore tipico, da
consumarsi preferibilmente entro tre giorni di emozioni, contatto,
esperienze che solo la musica può dare.
Dopo due serate, passate con grandi nomi - Arbore, Carmen Consoli,
Avion Travel, Bersani - e ottime compagnie - Carlot-ta, Brunori sas
- e in attesa dell'ultima serata con nomi importanti - Paul Brady,
Capossela, gli Skiantos, si può già fare un
piccolo bilancio di questa edizione, nata con più
incertezze delle altre e proseguita grazie soprattutto alla carica
dell'entusiasmo e l'emozione di chi, pubblico e artisti, l'ha
vissuta.
Bilancio che, tuttavia, non è propriamente esaltante. Anzi,
alcuni non esitano a definire questo Tenco un po'
moscio.
Certo, le giustificazioni ci sono tutte: il premio Tenco è
una manifestazione sempre più difficile da sostenere per i
suoi organizzatori e mai come quest'anno ha rischiato di saltare.
Solo un generoso contributo della Regione Liguria
ha consentito al sipario dell'Ariston di alzarsi ancora su qualcosa
che non siano solo canzonette.
Ma le incertezze rimangono. Da molte parti si parla di
salvare il Tenco, ma nessuno si muove
ancora. Un po' tutti hanno la soluzione, la ricetta; spostamento di
sede, sponsorizzazioni, investimenti, dirette radio-televisive. Ma
il problema sembra un altro: è un po' venuta meno la
sensazione che a muovere il Tenco sia ancora quel gruppo di amici
di una volta, quelli di Amilcare Rambaldi insomma,
con quell'affiatamento che portava a Sanremo grandi interpreti e
promesse.
Così, la sera di giovedì, per quanto sempre
interessante, con artisti di calibro, ma
priva di diretta radio, è scorsa senza
grandi emozioni. Un Arbore freddino (qualcuno non
ha gradito le sue tre canzoni e via, frettolose), un
Morgan regolare nel senso che non
s'è prodotto in numeri speciali come ci si aspetta ormai da
lui. Serata salvata da quel grande virtuoso di Fausto
Mesolella (Premio I Suoni della Canzone) - in
uscita libera senza Avion Travel - e da
Nada, intensa come sempre.
A presentare sul palco Antonio Silva, con le
geniali incursioni di Roberto Freak Antoni (Premio
Tenco operatore culturale) che con un suo esilarante dizionario,
assisteva i cambi di palco, sempre comunque veloci e perfetti.
Questa volta sarà per il salvataggio in extremis,
ma il Tenco ci aveva abituato bene gli ultimi anni: manca una
direzione artistica efficace, che renda l'offerta, gli abbinamenti
e le sperimentazioni all'altezza delle esigenze dell'Ariston B, il
pubblico di quelli che non si accontentano, che comunque
guarderanno sempre l'Ariston A con una certa qual sufficienza.
E' andata meglio ieri, venerdi 12 novembre, con nomi ormai
affermati, Samuele Bersani, Carmen
Consoli (Targa Tenco miglior disco) e gli Avion Travel
(Targa Tenco miglior interprete), Peppe Voltarelli
(Targa Tenco miglior disco in dialetto), insieme a meno noti
Mirco Menna, Zibba e
Brunori sas, vera scoperta e premio per l'autore
emergente.
Bersani, sempre attento al mondo attorno, che parte con Lo
Scrutatore non votante, canzone di straordinaria
attualità. Fausto Mesolella che rifà il trucco a un
bel pezzo di Nino Rota e lascia senza parole.
Carmen Consoli che, emozionatissima, arriva elegante e con un tacco
forse un po' esagerato (ma se lo può permettere) e poi
regala una canzone, Mio zio, così
difficile e così attuale al tempo stesso. In programma prima
un salto al nord con il varazzino Zibba e poi benvenuti al sud con
Peppe Voltarelli.
La terza serata con Capossela, Paul Brady (premio
Tenco al cantautore), Enzo Del Re, Marco Fabi, Amancio Prada
(Premio Tenco operatore culturale), Piero Sidoti (Targa Tenco opera
prima), promette bene.
Resta l'incertezza di sottofondo, nella speranza
che serva da stimolo, a rendere migliore questa manifestazione e
non da minaccia per chiudere tutto, che non si rischi di perdere
un'opportunità così bella per la musica italiana, non
lasciandola anch'essa al suo destino. Da conservare, non da salvare
in extremis.
Matteo Paoletti
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