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Almamegretta
© foto: Luca Lombardi
 
             
 

Gli Almamegretta chiudono Rock in the Casbah

 
Il gruppo reggae partenopeo a Sanremo per il concerto finale. Simone Parisi - alias Radiomandrake - racconta come le emozioni dell'Undicesima Casbah. Le foto di Luca Lombardi
 
   

     
Sanremo, 09 agosto 2010
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di Simone Parisi
   
 
Rock in the Casbah ha chiuso la sua undicesima edizione (quella più sofferta alla vigilia: per mancanza di fondi, il festival ha rischiato di saltare) con quasi due ore di concerto che ha trasformato le terrazze di San Costanzo in una grande dance hall al suono reggae-dub degli Almamegretta.
Marcello Coleman e soci hanno saputo conquistare il pubblico con i pezzi del loro ultimo progetto Dubfellas volume 2, ma anche ripercorrendo le tappe di una carriera ormai quasi ventennale. Alla fine non hanno avuto esitazioni nel definire quella di Sanremo una delle tappe più belle del tour 2010.

Le immagini fotografiche di Luca Lombardi, le videoproiezioni di Arry, la conduzioni in parole e musica di Radiomandrake, il dj set di Vito Raiot e dello Slavo cha ha chiuso la serata conclusiva sono stati altri ingradienti preziosi di questa miscela vincente.

Come un fazzoletto da ripiegare e mettere in tasca, magari con un piccolo nodo sul lembo, solo per non dimenticare. Ecco la Casbah che si chiude, che sublima ed esplode, che colora ogni foto, ma che non finisce mai. Ogni battito: d'ali, di cuore, di respiro, ogni battito ha un ritmo e forse è stato bello chiudere constatando che anche la musica contiene qualcosa di quei tempi. Ed è possibile mixarli tutti insieme come lo farebbe un buon dj. E, tutti insieme, significano Dub. Con quel suo attendere profondo con l'accento sul levare, frequenze basse per muri antichi.
Col fazzoletto ripiegato in tasca si vorrebbe sempre portare dietro un sacco di volti felici, di mani al cielo, di corpi che non smettono di dimenarsi e ballare, di bicchieri pieni di felicità e qualche panino di vita.

Non so com'è, ma la Casbah ha sempre toni enfatici, sempre un alone di assoluta magia, sembra sempre il più bel cartone animato, con quei suoi colori caldi che accendono gli angoli. Le foto raccontano attimi meravigliosi, tutti si sentono protagonisti assoluti di uno show quasi eterno, quasi impossibile da fermare. I ragazzi del mercoledì raccontano di sogni che si avverano, del momento più bello della loro vita artistica, e Marco dei Dazed non può far altro che constatare che «la gioventù è meravigliosa». Il giovedì calma i toni, tra una donna che giurava di aver sentito un gatto ululare sul palco la notte prima (ma forse era Pax che Grindava), e tra generi amici della Black. Solo che nessuno sospettava di veder pogare sul Funky di Aretha e del reverendo Brown. Solo che poi arriva Klaus ed accende di Psychobilly da maestro, con quella sua chitarra che forse sarebbe piaciuta anche al Re Elvis. Trashmen per chiudere in bellezza. It's Only Rock'n'roll and we like it. Un venerdì d'autore con una grande scoperta chiamata Rossomargot: Luciano sente la serata come se fosse il Madison Square Garden, ma i sorrisi amici di Davide, Davidino e Andrea forse lo placano. Poi c'è Jeoffrey che salta e si sente un re, lassù. Un frontman di lusso. Cabaret Sauvage per sentire il suono dell'alternative italiana e chiudere coi Beatles. Domani, domani, domani è già qui.

Non so quale concerto abbia incarnato di più lo spirito della Casbah in questi 11 anni, non so. Ma so che un'ora e mezzo di Dub con gli Almamegretta ha risvegliato parecchi spiriti benigni nascosti tra queste mura, perché lassù qualcuno ci ama e quel qualcuno si chiamava Thommy; perché siamo tutti un po' neri e figli di Annibale, perché Marcello Coleman forse vale Raiz dei tempi dorati, perché non ho sentito una nota fuori posto e perché i subwoofer tiravano giù milioni di bassi straordinari, da far vibrare jeans, gonne, gambe. E perché nessuno ha smesso di ballare anche durante il soundsystem dello Slavo prima, e di Vitoriot poi.

E le foto da aspettare, piccoli capolavori di Luca Lombardi e di Arry e Dany; e la gente vestita col nostro logo sul petto, ragazze da farci foto insieme e vantarsi. Enzo e Jenki con Vienna e Marco a far birre e impegnarsi per una nuova sfida chiamata bar. Larry a tener sotto controllo tutto come un professionista quale è. Serena, Jupi-Andrea-Domenico-Ema al Service, Carlo che pogava coi ragazzini a 51 anni, Gianluca, Brioche diviso tra il pogo e le magliette, i ragazzi del Pico che una volta scoperta la Casbah sono tornati perché era troppo bella.

Ed io zoppo, spesso stanco. Ed io che senza Larry e Valerio quest'anno mi sarei perso un sacco di emozioni, ma forse in un'altra vita sono stato bravo, tanto da ritrovarmi amici in questa. E quel fazzoletto lo si chiude anche a malincuore, lo si chiude con un grazie. L'11 era un numero che sembrava nefasto, sembrava impossibile fare tutto ciò, sembrava fantascienza. Molti ci han creduto e ci hanno dato una mano. Molti, da tenere dentro un fazzoletto pulito e profumato di bucato, di quelli che si tiravano fuori la domenica col vestito buono. Ora l'11 appare come una nuovo inizio, un altro numero 1.

 
 
 
 
 
 
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