Il Festival è arrivato - dopo mille polemiche intestine assolutamente necessarie - all'epilogo. Adesso è il momento di fare qualche bilancio. È iniziato tutto con Morgan, cocaina come antidepressivo. Quanti hanno letto - da cima a fondo - l'intervista rilasciata a Max da Morgan e firmata da Raffaele Panizza ? C'è da domandarselo. E' vero - ad esempio - che Freud prescriveva la cocaina come antidepressivo. Ma tanto non è bastato per evitare una gogna mediatica che si trasformerà in dobloni d'oro.
Emanuele Filiberto, Pupo e i Savoia, la polemica - loro - l'hanno pregata, stanata, creata e quasi ballata a mo' di danza della pioggia. La canzone che è tetragona alla migliore arte di comporre in versi nonché alla melodia in senso puro, era stata subito eliminata. E poi ripescata. Il fenomeno diviene quindi psicologico nel senso che facendotela risentire ti sembra alla fine pure bella. Ti piace pure in senso sottile, quasi subliminale. Potenza del bombardamento mediatico.Che è quello - poi - che decreta i vincitori.
Un Marco Mengoni sarà pure molto bravo, capace di toccare acuti accesissimi, e note altissime. Ma resta sempre un fenomeno televisivo. Malika Ayane è la donna con voce da leopardo e sembra abituata a vedere nel buio tanto è sensuale e savanesca: la sua voce è stata definita l'unica cool ed il solo oggetto non identificato di tutto il Festival. Voce da nera, ma con note talmente armoniose e di velluto chè ci puoi quasi passare le dita attraverso per accarezzarla. Ha Cremonini dietro - che lei si ostina a definire il più fantasioso cantautore italiano - e quindi un atout per aspirare ad un piazzamento anche in termini di potere.
Poi c'è Irene Grandi. La sua voce è come un rock, si potrebbe dire, e la sua presenza lascia intendere che qualcosa porterà comunque via. Irene Fornaciari è la Cenerentola del Festival. Dotata di un trend selvatico, alla animal house del tipo Zucchero primo stile, ha di sfavorevole che canta come suo padre e questo - maledettamente - la rende un po' invisibile, o quasi già vista. Il refrain della sua canzone è miele puro, ma non stucca.
Toto Cutugno. L'unico cantante che - ad un certo punto - avrebbe dovuto rassegnarsi. Il fatto di avere trionfato in anni più verdi non lo ha fermato.
Antonella Clerici ha vinto con il gradimento. Tanto da superare perfino Bonolis. Il chè rappresenta un'aporia, cioè un qualcosa che obiettivamente non ti spieghi in parole povere. Eppur si muove. Dalla sua ha avuto il dono dell'invisibile. Con un vocabolo malefico l'hanno definita Antonulla, il chè è una parola composta perfida ma disegna bene la sua macchina ossia l'ambaradan da lei gestito per muoversi e non farsi sbriciolare. Quello che ha stregato il pubblico è la sua aria da gatta sorniona, la sua bontà eterna di neomamma forever chè solo lei sembra aver avuto un figlio.
In realtà c'è gente che spergiura quanto sia tosta e determinata l'Antonella Nostra, e che i seni morbidi fatti tracimare da questi reggiseni sempre incapienti, nascondono il cuore metallico di un'orchessa cattiva e truce quando le ci si mette di traverso.
a.p.
Fra qualche ora il verdetto definitivo di questo festival "clericale", intanto votate il sondaggio e vediamo se ci azzeccate.