Si è appena conclusa la 34° edizione della Rassegna della Canzone d'autore nella consueta cornice, immaginifica e prestigiosa, del Teatro Ariston di Sanremo. Il bilancio è, a mio avviso, senz'altro positivo, favorito forse anche dal ritorno al cosiddetto tema libero e l'abbandono (temporaneo?) del criterio monografico, che ha permesso di spaziare a tutto campo. Fare un bilancio completo richiederebbe troppo spazio, per cui vorrei focalizzare l'attenzione sulla presenza e sull'impatto, importanti per quantità, ma soprattutto per qualità, dell'agguerrita pattuglia made in Genoa. Questo perché, spesso si dice (e a volte è vero) che i genovesi e i liguri non sappiano far conoscere i propri talenti, restii quasi a valorizzare le proprie potenzialità che, poi, andando a scavare, e nemmeno tanto in profondità, sono parecchie.
In ambito musicale una riprova non trascurabile (l'ennesima?) se ne è avuta, appunto, al Tenco '09, l'iniziativa nazionale di settore indiscutibilmente numero uno. Tanto per cominciare, non si può che sottolineare in neretto la vittoria di Max Manfredi della Targa Tenco per il miglior album dell'anno Luna persa e con un margine amplissimo su grossi calibri come Vinicio Capossela e Ivano Fossati (mica paglia... aggiungerebbe il bravo presentatore Antonio Silva). Non so quanti, oggi, in Italia riescano a fare di ogni verso un piccolo quadro, in cui la singola parola è una pennellata capace di stimolare il cuore e l'anima di ciascun ascoltatore. Che non si faccia disorientare dalle ovvietà del cuore/amore, anche sotto falsa veste, magari, riveduta e più impegnata o politically correct.
Il regno delle fate è, ad esempio, a mio modesto parere, uno dei più bei brani, dei 45 giri, si sarebbe detto un po' di anni fa, della canzone italiana degli ultimi anni. Ma è sul palco che Max non solo conferma quanto di buono ha scritto, musicato ed inciso, ma lo enfatizza con un'interpretazione convincente, trascinante, che non vuole e non può lasciare nessuno spettatore indifferente. Tant'è che in un'occasione dove il tempo è contingentato, causa i non facili cambi palco tra un'esibizione e l'altra, è stato richiamato, manu militari, per un meritato bis fuori programma.
Per Vittorio De Scalzi mi verrebbe, invece, da riutilizzare i detti della saggezza popolare, legati alla bontà del vino che, invecchiando (si fa per dire, Vittorio!), migliora. In scena, al Tenco (ma non solo, naturalmente) porta un entusiasmo, una vivacità, una voglia incontenibile di darsi al suo pubblico da fare invidia a molti colleghi illustri, ma molto più giovani d'età (strettamente anagrafica). Così si emoziona (visibilmente) ad interpretare, proprio su quel palco, proprio in una manifestazione che porta il suo nome, la poesia scritta dal grande poeta genovese Riccardo Mannerini, (ispiratore anche di alcuni dei migliori momenti di Fabrizio De André), subito dopo la scomparsa di Luigi Tenco.
Dà nuova linfa a Signore, Io sono Irish, che mi riporta (ma senza perder nulla) ragazzino all'epoca in cui lo sentivo eseguire in chiesa nelle messe - beat, tratto da quel capolavoro che si può aggettivare congiunto New Trolls - Fabrizio De André, ossia Senza orario, senza bandiera. Soprattutto sfodera la forza di una voce liberata, dove, forse, ha un impatto determinante la consapevolezza che l'io ha sostituito il noi (senza, come ha detto lui stesso, voler sminuire assolutamente, né togliere alcunché agli altri del gruppo storico).
Altra bella prova ne è stata, la travolgente versione di uno classici del rock italiano Impressioni di settembre della PFM, realizzata in duetto con Mauro Pagani un altro che appartiene a questa fuori-categoria dei musicisti evergreen e che del gruppo in questione fu importante componente.
Il tutto messo in scena in uno di quei fuori programma irripetibili che sono i post-Tenco al Roof dell'Ariston, prima di super-classici come Mègu Megùn e Sinàn Capudàn Pascià di Fabrizio e, magari, tra un Morgan che re-interpreta Resta cu'mme di Modugno o di un Capossela che svezza Alessandro Mannarino o ancora di un trascinantissimo duello vocale in napoletano/senegalese tra Enzo Avitabile (targa Tenco per l'album in dialetto) e Badara Seck, straordinario griot, prodotto da Pagani.
Come si dice in questi casi, last but not least, conquista (e con merito) la ribalta nazionale Franco Boggero, “dilettante” (ma solo perché storico dell’arte e ispettore della Soprintendenza) di lusso, recente autore del disco 'Lo so che non c'entra niente', (titolo enigmatico, mah?), registrato live al Teatro del Ponente di Genova. Nella cinquina dei finalisti del Tenco 09 come miglior esordio discografico, dove ha sfiorato la vittoria, è stato insignito della Targa "Bigi Barbieri” nella settima edizione della rassegna camuna "Dallo sciamano allo showman. Festival della canzone umoristica d’autore”, dove robuste connessioni artistiche col “Tenco” sono ben esemplificate dal ricordo del farmacista di Dolceacqua, uno dei fondatori della manifestazione sanremese.
La capacità di Franco di fare canzone, partendo da una frase ascoltata per strada, da un momento di vita vissuta (sua, ma non solo), di una situazione banalissima o, viceversa, strana, da un ricordo, è sorprendente ed il risultato piacevole e convincente.
Soprattutto mi preme evidenziare come la sottile linea umoristica non straripi mai nella comica, non per dare un significato minimizzante a quest’ultima, ma proprio per evitare che vada perso nel calderone, troppo spesso indistinto della risata, il sorriso dello humour, di per sé tenue e più complesso.
A completare questa carrellata di musicisti liguri, mi corre l’obbligo di segnalare gli (indispensabili) accompagnatori dei tre artisti citati e, siccome hanno tutti dato mostra, anche al Tenco 09 della loro grande professionalità e creatività personale, li vado a citare, come si scriveva alla fine dei grandi sceneggiati, ossia in ordine di apparizione (e qualcuno si è visto (e sentito!) più di una volta.
Federico Bagnasco (contrabbasso), Marco Spiccio (pianoforte), Matteo Nahum (glockenspiel e chitarra), Edmondo Romano (fiati), Fabrizio Ugas (chitarra) il gruppo degli Gnu Quartet (Francesca Rapetti, Stefano Cabrera, Raffaele Rebaudengo e Roberto Izzo), Marco Fadda (percussioni), Francesco Bellia (basso).
N.B. mi scuso in anticipo se ho dimenticato - involontariamente - qualcuno.