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© foto: Duilio Rizzo
 
             
 

La Tosse porta in scena il Mistero dei Tarocchi

 
Lo storico spettacolo della compagnia genovese in scena ad Apricale. In replica fino a sabato 15 agosto. Le interviste ai protagonisti e la galleria fotografica
 
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Apricale, 12 agosto 2009
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di Anna Castellana
   

Si chiamano Silvia Bottini, Luca Ferri, Michela Rapetta e Claudio Del Toro e sono alcuni dei giovani del Teatro della Tosse, sei in totale, scelti per dare nuova linfa all’intera compagnia ed allo spettacolo Il mistero dei Tarocchi, di scena fino al sabato di Ferragosto, 15 agosto, nel borgo medievale di Apricale (IM).
La pièce è di Tonino Conte, il regista, e Gian Piero Alloisio, attore nel ruolo dell’Appeso ed autore della canzone dei Tarocchi, che costituisce il gran finale.

Quest’anno si festeggia il ventennale di … e le stelle stanno a guardare e la Tosse, da sempre protagonista della rassegna, ripropone rinnovato uno fra i suoi spettacoli più famosi, molto amato dal pubblico italiano ed estero. In questa edizione gli spettatori decidono liberamente il percorso, in una location che ben si presta alla formula del teatro itinerante, alla scoperta dei 22 Arcani Maggiori dei Tarocchi, ricevendo in regalo ad ogni stazione la carta del personaggio appena ascoltato.
Si inizia dal Bagatto, impersonato da Enrico Campanati, volto storico della Tosse ed immancabile nei 20 anni di estive ad Apricale, e si finisce con l’intero mazzo di carte disegnate dal compianto Emanuele Luzzati. Dai suoi schizzi, inoltre, sono stati realizzati i costumi di Bruno Cereseto, che recita anche nella parte del Carro.

In ordine di Arcano, Silvia Bottini è XIIII - La Temperanza, rappresentata come un angelo che mesce in due brocche il sapere divino e quello terreno. Per temperante si intende, quindi, chi abbia raggiunto con consapevolezza tale equilibrio. Il monologo gioca, invece, sull’intemperanza in maniera molto divertente: «Poiché il mio Tarocco simboleggia la guarigione – spiega Silvia -, ha diversi medicinali, ma è ipocondrico, totalmente dipendente dalle medicine al punto da morire mentre legge un bugiardino». La parte le è stata assegnata dal regista per una sostituzione. Lavorando, poi, in improvvisazione, attraverso vari tentativi si è consolidato l’aspetto dell’assuefazione al medicinale. Ecco come i giovani riescono a portare degli elementi di novità all’interno di una pièce e di una compagnia teatrale storiche: «Le novità sono introdotte solo se richieste dal regista, perché l’attore deve fare ciò che serve in base alla propria personalità ed alle corde attorali di cui dispone. Dal punto di vista del gruppo, si percepisce il desiderio di energie nuove da parte degli anziani. Ogni anno la compagnia giovane allestisce uno spettacolo con un regista esterno, coinvolgendo uno fra gli volti storici della Tosse. Trovo davvero bella la loro voglia di mettersi in gioco come dei bambini, con estrema umiltà e grande apertura».

Fra le nuove leve anche Luca Ferri, XVI - la Torre, il quale dopo l’accademia ed alcuni percorsi in teatri stabili, da due anni lavora alla Tosse: «In Italia sono pochi i provini di teatri importanti per i giovani attori, la Tosse stava cercando di creare questa nuova compagnia e mi è sembrata una buona occasione».
Il suo Tarocco descrive la casa ideale attraverso la storia dei tre porcellini. Preso dall’isteria, costruisce un’abitazione con mura dappertutto, dove nessuno può entrare, ma il tempo passa ed invecchiando si rende conto che la casa migliore è quella che si porta nel cuore.

Fra i personaggi più onirici dei Tarocchi troviamo XVII – Le Stelle, impersonate da Michela Rapetta. La loro caratteristica principale è la bipolarità, quindi si crea una nuvola all’interno della quale il pubblico deve inserirsi e seguire il flusso del monologo. «Vario dall’essere uomo all’essere donna – racconta Michela -, mi addormento sognando di morire e mi risveglio nel mio assassino… Non si tratta di un Tarocco immediato, ma se lo spettatore si lascia guidare, risulta piacevolissimo». E prosegue ponendo l’accento sul valore di palestra che possono avere le estive,  per arricchirsi e crescere come attrice: «Ogni sera ripercorro il monologo una ventina di volte, quasi come un mantra, quindi non può essere sempre uguale, prima di tutto perché mi annoierei a morte. Si deve sentire l’energia del pubblico a seconda di come entra nella stanza. Allora diventa un gioco, un dialogo in cui riesco ancora incredibilmente a divertirmi».

Claudio Del Toro presenta XX - Il Giudizio, raffigurato come un angelo, e ci parla del suo rapporto con il pubblico. «La mia carta è quella del giudizio universale. Nell’ultimo giorno tutti quanti, nessuno escluso, verranno condotti o tra le fiamme dell’inferno o a fianco del Padreterno. Gli spettacoli della Tosse, specie quelli itineranti, puntano sul contatto diretto con gli spettatori. Dovendo ripetere il monologo per 20, addirittura 21 volte, bisogna trovare sempre la necessità di farlo, altrimenti si cade nella meccanicità. Io prendo dal pubblico, mi nutro degli sguardi delle persone che mi trovo davanti e dono rendendo il personaggio: c’è uno scambio reciproco. Come stimolo alla concentrazione, faccio appello alla tecnica ed in primis al cuore, ricordando il motivo per cui sono lì, perché il teatro è arte e mestiere». La soddisfazione più grande? «Quando riesco ad andare oltre la maschera ed a trovare un contatto particolare con degli occhi più attenti. E poi ogni sera sperimento qualcosa di nuovo di me e faccio dei passi avanti».

E chiudiamo, è proprio il caso di dirlo, con XIII – La Morte, a prima vista il più inquietante fra i Tarocchi. Alessandro Bergallo proviene dal cabaret (Grazie Signore Grazie e Cavalli Marci), in cui continua a bazzicare fra Genova, Milano e Roma. Due anni fa l’incontro, con molto piacere reciproco, con Emanuele Conte, scenografo della Tosse e figlio del regista Tonino. Da allora collabora fattivamente con il Teatro di Stradone Sant’Agostino, arrivando a presentare da solo, lo scorso inverno, lo spettacolo Box, riflessioni di un uomo in scatola, coautore e regista Emanuele Conte. Anche il monologo della Morte è una scrittura di Bergallo, che ha intenzione di portare avanti un discorso più teatrale insieme alla Tosse. «Sono esperienze, il cabaret ed il teatro, che si possono contaminare l’una con l’altra. Non credo che ci siano grandi differenze, se in entrambe c’è un contenuto. Anzi, laddove c’è qualità, possono essere parecchio vicine. Se si dice qualcosa, che sia un dialogo oppure un monologo, si crea un incontro fra le persone, fra gli attori ed il pubblico e questo fa bene alla società. C’è bisogno di incontrarsi e di parlare, al di là dei colori politici. A mio avviso scambiarsi delle idee è la vera politica. Nel periodo storico in cui ci troviamo, viste le difficoltà, la gente ha necessità di ritrovarsi in dei posti ed il teatro e la cultura hanno proprio questa funzione sociale fondamentale. Ti fanno capire che siamo tutti simili, soffriamo tutti degli stessi dolori e gioiamo delle stesse gioie e questo dà molta speranza».

Alessandro, poi, ci confessa che quando si sente troppo tranquillo, si preoccupa, perché preferisce essere un po’ teso e che al termine della rappresentazione è contento quando c’è un bell’applauso per tutti e se ha fatto bene il suo mestiere, che è quello di tirare la risata. «Lavorando insieme si impara che la competizione non è con gli altri, bensì con te stesso, è il modo migliore per crescere. Non è facile, perché subentrano delle componenti narcisistiche ed egocentriche molto forti. Ma ogni testo ha la sua validità, la sua poesia e le sue potenzialità: tirarle fuori spetta a te». E ci descrive il suo personaggio: «È una Morte divertente, che inizia in maniera tragica e poi diventa comica. La variabile del pezzo è costituita da qualche necessaria interazione con il pubblico, che può riuscire di più o di meno a seconda delle reazioni. Ho voluto infilarci un pelino di morale: gli spettatori ammettono che non è stata così brutta ed io rispondo Vedete qual è il problema? Non ci frequentiamo abbastanza. Oggi, infatti, la teniamo a distanza con l’essere sempre giovani e la chirurgia estetica. Una volta, invece, nella civiltà contadina le generazioni nascevano e scomparivano nella stessa casa, perciò se ne aveva un’altra consuetudine, forse meno traumatica».
E alla fine non solo usciamo vivi dall’incontro con la Morte, ma, come dice in chiusura del suo monologo, è stata fin simpatica.

 
 
 
 
 
 
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