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Elio Lanteri, scrittore suo malgrado

 
Molti dicono che 'La Ballata della piccola piazza' che sia il milior romanzo ligure degli ultimi anni. E pensare che lui non voleva pubbliarlo. La prefazione di Marino Magliani
 
   

     
1 aprile 2009
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di Marino Magliani
   
 
Scheda del libro
La ballata della piccola piazza di ELio Lanteri

Dal 25 marzo 2009 è in tutte le librerie La ballata della piccola piazza di Elio Lanteri. In un piccolo paese dell'alta liguria sospeso tra cielo e mare vive una comunità di vecchi e di bambini: sono i giorni più duri della guerra in Italia, dall'8 settembre alla primavera del '45, una metà degli uomini è dispersa in Russia, l'altra metà alla macchia nella Resistenza.
Nicó e Damìn sono cugini e aspettano, con gli altri, il ritorno dei padri e delle madri di cui non hanno più notizie da un tempo che sembra immemorabile. Forse sono rimasti orfani, e lo sanno. Ascoltano le storie che i vecchi del paese raccontano loro per ingannare l'attesa, sprofondati in un paesaggio da fiaba, legati mani e piedi al doppiofondo mitico di sogni e d'incubi sognati da generazioni, la ruota dei desideri e delle pulsioni più profonde.
Così il mondo dell'infanzia è anche l'infanzia del mondo. Portano le pecore al pascolo, i bimbi vecchi della comunità sospesa sui campi alti del cielo, e vedono i film di Ridolini proiettati sul lenzuolo in una lurida cantina. I giorni sembrano lunghi mesi, i mesi anni: è la stagione più intensa e commovente dell'esistenza, e verrà travolta da eventi capaci di segnare una vita in un modo che una vita non basta a decifrarli.

Ho conosciuto Elio Lanteri una decina di anni fa, durante un mio soggiorno invernale in Liguria. Elio frequentava, e credo lo faccia ancora adesso, un caffè sul porto di Oneglia. Lo incontravo il mattino e dopo la colazione uscivamo sul porto a passeggiare. Se il tempo era brutto stavamo a ridosso, sotto i portici, altrimenti camminavamo al sole lungo i binari di Calata Cuneo. Elio mi parlava dei miei racconti, di ciò che aveva letto di mio, cose che erano uscite per una piccola casa editrice di Imperia.
E di Biamonti, della loro amicizia, dei loro viaggi in Provenza, ma anche di Seborga, di René Char, di Juan Rulfo, di Garcia Lorca. Mi parlava di mille autori, ogni volta uscendo con cose che non conoscevo. Succedeva che io gli menzionavo un francese o uno spagnolo e lui allora si fermava un istante lungo i vecchi binari del porto e cominciava a citare. Entrambi con le fronti vaste usavamo buoni berretti di lana e forse la gente un po’ ci notava, un giovane e un signore anziano che passeggiano a scatti e si fermano, ripartono e tornano a fermarsi. Perché questo era l’avanzare di Elio su quel porto – e lo è tutt’ora – per gradi e citazioni. Fin quando un giorno non gli chiesi se non gli era mai venuto in mente di scrivere qualcosa.

Elio disse serio perbacco, certo che l’aveva fatto, ma non era importante, aggiunse subito. Gli chiesi di farmi leggere il suo lavoro, non voleva, non perdere tempo, mi diceva, pensiamo alle tue di trame, piuttosto, il mio, disse, resta un esercizio.
Dovetti insistere, e alla fine ci riuscii: un giorno arrivò sul porto col manoscritto. In quei tempi era ancora viva mia madre e tornavo in Liguria anche tre o quattro volte l’anno, poi alla fine dell’estate ripartivo per l’Olanda.
Quell’anno portai con me il suo manoscritto. Miracolosamente in Olanda faceva ancora caldo e andavo ogni giorno alla spiaggia. Passavo i pomeriggi a leggere e a rileggere le pagine di Elio Lanteri, a segnare sui fogli delle cose a matita. Me ne innamorai subito, per dirla com’è, della Ballata della piccola piazza, perché mi sembrò fin da subito una storia nuova, una Liguria mai raccontata, una regione finalmente non olearia. Da sempre chi ha narrato la Liguria si è confrontato con la neccessità di guardare agli ulivi e al suo mare. Nell’unico romanzo che ci ha lasciato Boine, raramente si trovano gli ulivi, ma questo perché raramente l’io narrante lascia la costa. Nei saggi sulla crisi degli ulivi e altrove, invece, Boine costruisce passo a passo la sua cattedrale degli ulivi.

Anche Calvino ci ha mostrato una zona ulivata, indicandoci addirittura la linea che divide la Liguria e separa la severità della campagna dalla mondanità della riviera. Biamonti ci fa intuire il mare nella luce e ci regala la mineralità degli ulivi. E un po’ tutti, prima e dopo e attraverso questi nomi, ci hanno regalato ulivi e mare. Nella Ballata gli ulivi non appaiono. Eppure le famiglie che popolano questo romanzo vivono soprattutto di ulivicoltura. Ci sono le giare piene d’olio e la capra le prende a cornate. Perché dunque nelle pagine di Lanteri che leggeremo non ci sono ulivi? Perché la Liguria che ci consegna Lanteri è fatta di soli sogni, assomiglia piuttosto a quel terreno fantastico su cui riesce a muoversi Juan Rulfo, è una Liguria che sale nei vapori dei torrenti e resta nell’aria.

Io su quella spiaggia del Nord non sapevo mica cosa stavo leggendo. Era un po’ come quando ci svegliamo e non sappiamo più cosa abbiamo sognato. Sappiamo che abbiamo fatto un bel sogno, o brutto, e sappiamo che non basta. Dov’eravamo, cosa abbiamo sentito, quanto siamo stati bene o male? E così, rileggendo la Ballata – ché i sogni non si riescono a risognare, ma i libri sì – ho capito che davanti a me avevo davvero la Liguria che avevo cercato nei libri, e nelle passeggiate buie dei fondovalle, nei dormiveglia, nelle notti che mi trovano ancora da qualche parte, in Liguria e altrove. Era la terra che non ero mai più riuscito a rivedere, allora ci misi le mani e la odorai. Erano le pagine visionarie che non avevano bisogno di mare né di ulivi o di luce, per essere il sogno, ma solo di parole e musica.

Mi chiedo da sempre se esiste la musica nei sogni. Ecco cos’è per me la Ballata. Una favola come solo un bambino riesce a raccontare ed ascoltare, favola dura, di vita e di morte di una generazione di bambini che hanno giocato durante una guerra. Favola piena di frutta d’estate e di paure, e di venti che d’inverno entrano nei giacconi. Il periodo è quello della guerra civile, inizia esattamente il 9 settembre, con una colonna di soldati che risale dalla costa, diretta in Piemonte. Il luogo è la frontiera, vallate a ridosso di scogliere e falesie, posti che oggi sono attraversati dai passeur. Luogo di favole, si diceva, e di metafore, di montagne piene di scalinate che salgono ai campi alti nel cielo, e di alberi che assomigliano alla grande nuvola, di torrenti e anguille e capre.

Un luogo dove troveremo i cinema muti e le vecchie signore ebree scappate dalla città. Le scimmie nelle gabbie di Voronoff. E il mondo di Vincenzo Pardini e quello di Rigoni Stern. Troveremo la musica che troppe volte manca ai sogni.

IJmuiden, febbraio 2009

 
 
 
 
 
 
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