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Dunne: «l'importanza di essere amiche»

 
Intervista alla scrittrice irlandese, autrice di 'Se stasera siamo qui'. Quattro donne e una storia lunga 25 anni
 
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Mercoledì 24 settembre 2008, alle ore 17.30, Catherine Dunne è ospite al Palafiori di Sanremo nell'ambito della rassegna Grandi Incontri Internazionali. La scrittrice irlandese presenta il suo nuovo romanzo Se stasera siamo qui (Guanda, 317 pp, 16,50 Eu): quattro donne e un'amicizia che tra alti e bassi dura da 25 anni, e finale liberatorio in una villa di Volterra, con una sorpresa e un'assenza ingombrante.

L'incontro è introdotto dal giornalista Sergio Buonadonna; l'attrice Lisa Galantini, (vicequestore Paola Ricci de La Nuova Squadra) legge brani del libro.
 
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Sanremo, 22 settembre 2008
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di Sergio Buonadonna
   
Catherine Dunne
Catherine Dunne

Donne, emozioni, delusioni, segreti, raccontati con l’ordinaria straordinarietà delle storie comuni. Di questo scrive Catherine Dunne, dublinese, 54 anni, aria dolce, capelli biondi e fini, occhi chiari e tante lentiggini. Il suo romanzo più famoso è La metà di niente, la sua ammiratrice più nota Veronica Lario, che per contestare le distrazioni del marito Silvio l’anno scorso nella famosa lettera a Repubblica si dichiarò pubblicamente «la metà di niente».

Catherine Dunne, cosa pensa di quel «nothing» di Lady Berlusconi?
[Dopo essersi ripresa da una schietta risata] «Mi sembra la fotografia di come Veronica si sentiva in quel momento, molto infelice e umiliata, credo. È il problema delle donne quando prendono troppo sul serio gli uomini. Quando si tratta di emozioni, non importa se sei ricca o povera, potente o no».

Veniamo a Se stasera siamo qui. L’incontro tra le quattro amiche si conclude non in Irlanda ma in una villa in Toscana. Perché?
«Perché in Italia ci sono venuta solo per presentare i miei libri. In questo caso avevo bisogno di immaginare un posto dove non ero mai stata. Così ho scelto Volterra».

Un luogo sognato più che vissuto...
«Proprio così. Per noi del nord Europa l’Italia è magica. Da quel che ho visto è un paese sconvolgentemente bello, e la Toscana sembra essere il posto ideale per una fuga».

Lei ha detto che il canone letterario irlandese è dominato da figure maschili. La sua voce indica un’inversione di tendenza?
«Da qualche anno le donne si stanno facendo ascoltare con più forza e frequenza. Ma nella percezione c’è ancora una bella differenza: gli uomini sono tuttora considerati gli scrittori "seri", autentici, e le donne relegate nella narrativa romantica, che qui si chiama chick lit (letteratura per pollastrelle)».

Non mi sembra il suo caso. Credo che la migliore dimostrazione del suo successo è che lei scrive di temi  profondamente femminili: famiglia, relazioni interpersonali, rapporti madri-figli-mariti. La sfida è vinta?
«Ci provo (dice ridendo), combatto sempre, come tutte le donne, giorno dopo giorno. E credo che in questo Irlanda e Italia abbiano in comune un profondo background culturale».

Molti suoi romanzi hanno al centro crisi coniugali. Conosciamo il suo impegno nelle lotte politiche a favore del divorzio. Questo aspetto pubblico l’ha influenzata?
«Se qualcosa ti prende con passione è inevitabile che si riverberi in ciò che scrivi, ma non c’è autobiografismo. Per lungo tempo uno dei problemi più seri dell’Irlanda è stato l’impossibilità di fuggire da una famiglia andata in pezzi; quel che mi affascina di più è parlare del modo in cui queste situazioni vengono affrontate quando le cose cominciano a sfasciarsi».

Lei è stata a lungo insegnante, quest’esperienza le ha fatto conoscere bene il mondo giovanile che descrive molto in dettaglio nella prima parte del romanzo, come già in L’amore o quasi.
«Ho insegnato per 17 anni e la scuola era uno splendido osservatorio per capire i giovani. Allora l’Irlanda era in crescita, ora il boom economico è bell’e finito, morto. Siamo precipitati in una grave crisi e le notizie dei fallimenti bancari che arrivano dagli Stati Uniti sono molto preoccupanti. I giovani irlandesi sono smarriti, non hanno conosciuto altro che un paese del benessere, e si chiedono che cosa succederà. Noi almeno sappiamo cosa c’era prima: difficoltà e nessuna prosperità fino agli anni ’90».

Il titolo italiano Se stasera siamo qui riecheggia una celebre canzone di Luigi Tenco cantata da Mina. Nel suo libro la musica ha un posto particolare: Sting e i Beatles collegati alla perdita dell’innocenza…
«È vero, anche perché Claire, Maggie, Georgie e Nora, le quattro amiche del romanzo sono più giovani di me. Ricordo il rapporto appassionato che la mia generazione aveva con la musica pop, gli anni dei Beatles e i Rolling Stones, e dei Doors. Specialmente John Lennon ha un posto importante nella vita delle ragazze e nella perdita dell’innocenza che per Claire è il primo spinello».

È possibile restare amiche per 25 anni sopportando vizi, abitudini, tic, gelosie?
«Io personalmente sono ancora amica di compagne delle elementari. È assolutamente normale per la maggior parte delle donne che conosco. Ho voluto scrivere questo romanzo proprio perché l’amicizia è per me un sostegno decisivo nella vita».

Che differenza vede nell’amicizia femminile e quella maschile?
«Le donne parlano molto tra loro, gli uomini no. Io posso stare al telefono per ore con un’amica e se mi chiedono di cosa abbiamo parlato magari dico "di niente". È un modo diverso di comunicare in cui decisiva è l’intimità che si crea».

Lei parla di normalità, di una vita regolare che scorre su binari sicuri. Che cos’è la normalità?
«Così spesso viviamo vite così caotiche al disperato inseguimento di cose che non esistono come la ricerca di un amore romantico che duri per sempre. La normalità è il raggiungimento della serenità e stabilità, il che è estremamente difficile perché la vita è un susseguirsi di crisi una dopo l'altra. E sfortunatamente questa oggi è la normalità».

 
 
 
 
 
 
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