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Fabio Beccacini
Fabio Beccacini, 'Giorgio Paludi, il giorno dei santi'
 

Beccacini: «le cittą sono tutte femmine»

 
'Giorgio Paludi, 44 anni il giorno dei santi': il noir dell'autore imperiese č ambientato a Torino. L'intervista di Marino Magliani
 
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Giorgio Paludi, 44 anni il giorno dei santi (Fratelli Frilli, 264 pp., 10,90 Eu) è il secondo romanzo di Fabio Beccacini (Imperia, 1977), scrittore e sceneggiatore, ghost writer per un noto personaggio italiano. Beccacini ha esordito nella letteratura noir nel 2003 con il romanzo Via del Campo, ha pubblicato racconti in varie antologie e su numerose riviste. È co/autore della piece teatrale Rien a Signaler - Niente da Segnalare ispirata a Marinai Perduti di J.C. Izzo.

Di seguito, l'intervista di Marino Magliani allo scrittore imperiese.
 
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21 giugno 2008
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di Marino Magliani
   
 
Il libro

Un ragazzo in coma dopo un incidente stradale, un uomo misterioso con il tarlo dei gialli, un cane che non dorme mai. Un commissario di polizia che sente la mancanza del mare, un medico legale col vizio delle barzellette sporche, un ispettore narcolettico, una studentessa modello. Bionda, fatale; morta.
La Torino dei Murazzi e della vita notturna. La Torino borghese delle strade ordinate, dei caffè, e dei cortili del centro che nascondono scenari inquietanti. Un assassinio efferato e inspiegabile.

Da dove viene l'idea del tuo ultimo romanzo noir ambientato a Torino?
«A Torino non c'è il mare. È come se Torino non esistesse in un certo senso. I romanzi sono animali selvatici, nascono per istinto, come gatti che passeggiano nella memoria. Ero nei cessi, proprio 'cessi', i gabinetti sono un'altra cosa, di un locale dei Murazzi. Quando un tipo segaligno uscì claudicante, mi guardò negli occhi e in maniera piuttosto affettata disse "Torino non esiste". Poi se ne andò, lo seguii con lo sguardo. Sorpreso. Era febbraio, c'era la nebbia, la neve, tutta quella gente in cerca di chissà che cosa a quell'ora di notte. E la chiesa del monte dei Cappuccini che scompariva nella nebbia. Una sensazione netta di precarietà, ambiguità, mistero. Ecco da dove nasce questo libro. Dal 'mare' di Torino, da un paradosso. L'osso di un cane sotterrato all'imbarchino sul lungo Po. Qualcosa di riposto che non si trova più, una mancanza che ci sveglia nel nero della notte, sudati, in una casa che non conosciamo. Dentro la nostra vita polverosa e così misconosciuta. Io in fondo sono un ligure. E il ligure è un istintivo che vive per sottrazioni e paragoni. Un pesce che cerca sempre l'acqua salata, quella che deterge la pelle e fa bruciare le ferite. E in ogni caso dove non c'è il mare ci mette comunque la sua assenza. Non esistono posti dove non c'è il mare. Solo luoghi con il mare e luoghi dove si nota la sua assenza. Ecco perchè il commissario Paludi non fa altro che perdersi in questa città. Non è abituato. Non si abituerà mai».

Che cosa ne pensi di Torino?
«Torino è una città straordinaria così borghese, educata, quasi stronza. Con le sue contraddizioni esibite in superficie, gli extracomunitari che vivono nei negozi sfitti di San Salvario dietro serrande arrugginite, ma anche con le sue mansarde di via della Rocca, con i riflessi del sole e degli euro che la fanno sembrare il paese dei balocchi. Devo dire che è cambiata molto negli ultimi anni, si è rifatta il trucco, ha messo su molti interventi di chirurgia estetica, è di una bellezza sconvolgente certe sere di maggio. Ma ironia della sorte potrebbe morire d'infarto ai Murazzi, a Porta Palazzo,o alla Falchera in periferia, una notte di queste. Morire nella propria spazzatura, tutta quella che nasconde dietro l'angolo sotto i giardini aristocratici e biondi della collina. Perchè la gente mendica e ha fame anche qui, di sentimenti e relazioni, come in ogni angolo del mondo. Ecco il mondo ha troppi angoli, ci si fa molto male ad andare in giro. Lo vorrei più rotondo, come un bacio, come un culo, come un OK. Come quest'intervista qui»

Giorgio Paludi, 44 anni il giorno dei santi è una storia corale. Sin dal tuo primo romanzo, Via Del Campo, hai mostrato una predilezione per l'eterogeneità di registro e di personaggi.
«La vita è corale. E la solitudine lo è ancora di più. Siamo 'soli', solo nella misura della distanza che ci divide dagli altri. Buffo no? In fondo non possiamo essere soli, se lo siamo veramente».

Lei è sempre stato un attento narratore dei luoghi. La topografia delle città ha sempre un'importanza capitale nei suoi racconti.
«Viviamo dentro le città. Non possiamo farne a meno. Abitiamo la nostra vita, siamo esseri sociali, stiamo dentro costruzioni culturali. L'architettura nelle storie è fondamentale per me. E ognuna ha la sua. La Genova del mio primo romanzo è molto diversa dalla Torino di Giorgio Paludi, 44 anni il giorno dei Santi. Per struttura, odori, modo di camminare della gente. Ma di una cosa sono certo, per me tutte le città sono delle femmine. È questo il loro sesso. Non ho dubbi. Scrivere una storia è iniziare un rapporto di seduzione, a volte sei tu il padrone del gioco e cerchi di spogliarle, di metterle a nudo nella tua fantasia narrativa, a volte, e non te ne accorgi nemmeno, la città ti ha già messo con le spalle al muro. Con Torino può capitare molto facilmente».

Nel libro parli anche della natura deviata dell'amore. Del sadismo, del masochismo. Ma dove sta il confine tra quello che si può fare e quello che non si può fare?
«È una domanda molto complicata e fortemente relativa. Tecnicamente, e credo anche legalmente, due o più persone possono fare ciò che gli pare se consezienti. Dal punto di vista del giudizio invece non mi interessa intervenire, la libertà morale di ogni individuo deve essere totale. Eppoi i moralisti non li apprezzo, sono una specie pericolosissima e dannatamente noiosa. Ricordo sempre con piacere una argutissima intuizione di Daniele Brolli a tal proposito: il moralismo è una pulsione sadica che spinge chi ne è affetto a conservare i propri cadaveri negli armadi altrui. Nel romanzo ci sono vari tipi di persone, che considerano dal loro punto di vista la stesse situazioni relazionali con atteggiamenti diversi. Su questo tema, il commissario Paludi, si potrebbe definire uno normale, all'antica, o moralista a scelta. In realtà è un uomo pratico e lavorando alla buon costume non può far altro che non vederci chiaro su determinate pratiche sessuali. Tutto qui».

Il tuo libro ha un ritmo molto serrato, oserei dire quasi un montaggio filmico.
«È esatto. Il testo è percorso da un sotteso linguaggio cinematografico. I'm an enterntainer. L'intrattenimento. Per me è una caratteristica fondamentale. Voglio che il lettore sia sempre vigile, che non si annoi mai. E in questo la scrittura cinematografica per certi versi mi ha fornito la grammatica delle alternanze, dei media res, e di tutta una serie di espedienti tecnici. Ma il cinema è anche il Mito. Ascoltiamo delle storie a bocca aperta solo perchè sono eccezionali in qualche modo, per quello che raccontano, per i personaggi, o per il modo in cui sono scritte. Non mi interessa essere 'reale'. La vita la viviamo già tutti i giorni. Ce n'è abbastanza».

Infine, di che cosa parla 44 anni il giorno dei santi?
«Parla di un uomo e di un cane. Di un commissario e del suo lavoro. Di una donna e della sua morte. Parla di una città che li ha fatti incontrare in qualche modo. Questa Torino invernale percorsa da fremiti e stranezze della notte. Una Torino che sotto la sua facciata educata nasconde un altro deserto. Giorgio Paludi, 44 anni il giorno dei Santi è la storia di quattro, cinque, persone scelte dal caso nei loro giorni. Tra vita privata e ‘affari’ che li legano a qualcosa di più grande di loro. Uno scherzo del destino li farà incontrare e di quei giorni nessuno si scorderà mai più».

 
 
 
 
 
 
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