Dopo Quattro giorni per non morire e Il collezionista di tempo, ancora un romanzo ambientato in Liguria. Ennesima dedica alla sua terra di origine. Da quanto tempo pensava a questa storia? «È la prima storia che ho provato a scrivere, negli anni Ottanta: il racconto di un soldato che torna sul campo di battaglia per spostare una colpa. Forse stavolta la novità del paesaggio è che ci sono i rovi, non visti dall'esterno, ma dall'interno. Da un punto di vista inedito». Nel contesto bellico una vicenda come questa può essere accaduta: la sua storia è completamente inventata o no? «Molta letteratura della guerra e della resa dei conti è legata a stragi simili. Ho delle difficoltà io stesso a tracciare una linea tra fiction e accaduto in questa storia. Non c'è ossessione storica, ecco, anche le voci dei vecchi liguri, seduti sui gradini, che raccontano diverse versioni sulla morte di Cascione, stanno a dire quanto sia difficile trovare la verità. Se ne accorgerà anche Hans Lotle, il protagonista del romanzo». Un romanzo sulle tracce di Fenoglio? (uno dei suoi autori di riferimento come disse in una nostra precedente intervista) «Fenoglio ha scritto, secondo Calvino, con Una questione privata, il romanzo che tutti quanti volevano scrivere sulla resistenza. Nella notte di Dolcedo i partigiani popolano gli spartiacque, si affacciano per colpire, sono il nemico di Hans Lotle, che è l'invasore. Non sono tanti, gli fa osservare il suo capitano, Thomas Garser, ma un unico gigantesco partigiano che si sposta di continuo».
In passato ha detto che: "nelle mie storie la gente scappa, sbanda nelle curve e crolla, prima o poi crolla". Hans crolla di fronte al peso del passato? «Qui rispondo meglio alla domanda precedente, sembra che lei me l'abbia posta apposta. Milton, il partigiano della questione privata, alla fine termina la sua corsa crollando di fronte a un bosco. In questo senso si muovono anche le mie storie. Hans Lotle è crollato da tempo, resiste solo per una neccessità di espiazione».
In questo racconto non c'è assoluzione, i conti con il passato non si risolvono. Crede nel destino? «Oggi, mentre le scrivo, ci credo. Ma la fede nel destino, dico per me sia chiaro, è ballerina, basta poco per annullare ogni suo fondamento, per rinnegare idee, sogni». Il fatto di vivere lontano dalla terra dove è nato e di cui scrive, ha facilitato o reso più difficile il compito? «Sì, vivere lontano e scrivere della Liguria mi fa guardare quella terra come se usassi un telescopio».
Ha già in mente la prossima storia da raccontare? Se sì dove sarà ambientata? «Racconterò uno scavo nella verità, in quel periodo storico, la guerra di liberazione e la resa dei conti, ma a una diversa quota. In Quella notte a Dolcedo ho raccontato il fondovalle, nel prossimo le scogliere e le tane in cui si rifugiavano i partigiani. L'impossibilità, su certe montagne a me care, di essere partigiani e cattolici. Il tradimento, la paura, il messaggio lasciato da un partigiano prima di morire in una grotta carsica, che verrà scoperto dopo cinquant'anni da uno speleologo olandese».
Quali autori (o titoli) sta leggendo in questo periodo? Tra i liguri c'è qualcuno che le piace? «Sto leggendo una bella antologia di liguri che sarà pubblicata dal Foglio Letterario. Ho letto di Nico Orengo il suo raffinatissimo Hotel Angleterre, e dell'ultimo potente romanzo di Giuseppe Conte, L'adultera, che secondo me piacerà molto».
|
|
|
|
|