Ne ha avuto di fortuna
Richard Mason rivelatosi nel 2000 all’età di 19 anni con
Anime alla deriva, un best-seller mondiale: la storia di un anziano violinista che ammette di aver appena ucciso la moglie dopo mezzo secolo di felice convivenza. Perché? un lungo tuffo nel passato svelerà ragioni, sentimenti, insidie di una vita trascorsa nell’alta società londinese.
Mason sarà lunedì 19 maggio 2008 a Sanremo (ore 17,30 al Palafiori) terzo ospite dei Grandi Incontri, per la presentazione nazionale del suo nuovo romanzo Le stanze illuminate (Einaudi, pp. 495, euro 1 8,50). Per leggerne alcuni brani lo affiancherà Sarà Bertelà (“L’illusione comica” con Eros Pagni, “Il mio miglior nemico” con Carlo Verdone”), una delle più affascinanti attrici del teatro e del cinema italiani.
Cornice moderna ma con una forte memoria del passato anche Le stanze illuminate ha per protagonista una donna verso la fine della vita, Joan McAllister, che la figlia Eloise porterà nel natio Sud Africa alla ricerca delle proprie radici e di un tormentato passato di famiglia prima di ricoverarla a Londra in una casa di riposo. E come in “Anime alla deriva” il passato ha molto, molto da raccontare e tanti interrogativi insoluti.
Mason, con Le stanze illuminate lei ritorna al suo tema iniziale: personaggi ricchi o benestanti, gli affetti natali (il suo SudAfrica), i fantasmi del passato che tornano prepotenti a dare un senso anche amarissimo alla vita. E così?
«Ricordo il giorno in cui ho avuto l’idea di scriverlo. Ero seduto in una stanza d’albergo a Toronto e stavo leggendo un’intervista fattami da un giornale. Il giornalista mi descriveva come un perfetto britannico, ragazzo inglese dell’alta società perché ho frequentato scuole prestigiose, esclusive. Ma io sono nato in Sud Africa. Ho frequentato Eton, la scuola dell’establishment, perché il governo sudafricano aveva confiscato tutto il denaro dei miei genitori a causa delle loro attività anti-apartheid e quindi non avevano soldi per la mia istruzione. La mia bisnonna era stata in campo di concentramento durante la guerra anglo-boera, dunque è un po’ buffo che mi abbiano descritto come britannico. “Le stanze illuminate” nasce dalla necessità che avevo di capire di più della vita della mia famiglia, perciò sono tornato in Sud Africa ad indagare sulla prigionia della bisnonna. Quindi è vero che avevo sì un’origine benestante ma con questi disgraziati precedenti. In realtà avrei dovuto scrivere una storia totalmente ambientata nel XIX secolo, ma ho sentito la forte esigenza di tirare in ballo anche gravissime vicende presenti come la guerra in Iraq e il campo di prigionia di Abu Graib. Le ragioni di quella guerra hanno molti punti in comune col mondo d’oggi. La superpotenza alla fine dell’Ottocento era l’Inghilterra oggi gli Stati Uniti. La causa della guerra, allora fu l’oro oggi il petrolio e sia gli uni che gli altri si sono illusi di poter sottomettere con facilità i popoli che invece hanno opposto una strenua resistenza».
Perché anche questa volta la figura di un anziano – in questo caso una donna – che guarda agli eventi della propria vita?
«A me piace scrivere di persone che hanno già vissuto una vita piena. Nel primo caso era un musicista perché io come scrittore ho la possibilità di vedere le conseguenze delle loro scelte. All’inizio ero partito con l’idea di scrivere una storia ambientata nell’800, poi mi si è presentata la figura di Joan, la protagonista e ho pensato di costruire la vicenda intorno alla sua famiglia. Joan è un’anziana signora del 2004 che sta per essere avviata alla casa di riposo ma il suo mondo mentale è a cavallo tra Ottocento e Novecento. E mi è piaciuto anche ricordare attraverso il suo personaggio come già allora la vita si avviasse all’omologazione passando su di noi come una vernice».
Leggendola si ha quasi la sensazione che lei in qualche modo senta la nostalgia e la necessità di rivivere un’epoca che non è stata la sua attraverso altri personaggi
«Che cosa rende buono un romanzo? Io credo che si debba avere un’immagine molto precisa e dettagliata del mondo che si vuole narrare. Naturalmente gli scrittori devono essere in grado di raccontare aldilà della propria esperienza tutti i dettagli di ogni singolo personaggio, uomini e donne, vecchi e giovani, se no finisce che parli solo di te stesso. A me piace suonare il pianoforte e quando ho pensato a Joan l’ho vista al piano. Io non sono né anziano né donna, non ho l’esperienza di una donna di una certa età, e non so come può essere un’ottantenne che non è più in grado di suonare. Ma se hai un’immaginazione molto fertile puoi vedere i limiti della vecchiaia, la sua condizione di tristezza, i guasti dell’Alzheimer e una donna come Joan che deve abbandonare il suo piano perché le dita non le permettono più di muoversi agevolmente sulla tastiera. Ed ecco che l’immaginazione ha la stessa valenza di un gesto reale».
Nel personaggio di Eloise vi è una critica alle illusioni della globalizzazione, della corsa al denaro, dell’arricchimento a tutti i costi?
«Sì ma in questo romanzo ho voluto puntualizzare quando nella vita di una famiglia le responsabilità cambiano di mano, i figli devono prendersi cura dei genitori, una cosa di cui prima o poi tutti dobbiamo farci carico. Quando ho pensato ad Eloise l’ho immaginata molto diversa da sua madre, ma altrettanto rovinosa. E le ho messe entrambe in una situazione di crisi molto profonda, che non riescono a condividere. La madre non riesce a mettere a parte la figlia di ciò che le si affolla nella mente, e lei – che ha fatto un investimento azzardato – non può rivelarglielo. Con Elise volevo esplorare un mondo completamente diverso e interessante. Lei non è abbastanza insensibile ai fatti della politica internazionale, atteggiamento condiviso da una parte della cultura occidentale. Noi vediamo bene la sofferenza, i problemi della parte non privilegiata del mondo ma non interveniamo, ma non ci riteniamo moralmente coinvolti».
Rispetto ad “Anime alla deriva” quale Londra ha voluto raccontare?
«Ci sono tante Londre differenti in questa città di otto milioni di persone. Ne puoi scrivere in modi molto diversi. Non mi sono mai detto adesso mi metto a scrivere un libro sulla globalizzazione, non mi sono mai detto adesso mi metto a scrivere dell’alta società piuttosto avviene che un personaggio mi si presenta ed ha un suo contesto sociale ed io devo esplorarlo: dov’è nato, dov’è cresciuto, che istruzione ha avuto, chi era suo padre, se ha fatto la seconda guerra mondiale. Insomma costruisco il background. Per me la più grande sfida come scrittore è rendere reali i personaggi».
Che cos’è l’amore e quanto conta nel romanzo (Eloise che torna con l’ex compagno, l’unico che riesce a salvarla?)
«L’amore è parte integrante in maniera considerevole di tutte le vite, se non fosse così forse non ci divertiremmo molto... Ed è difficile pensare a un romanzo che non tratti anche minimamente d'amore, perché è un'emozione fondamentale nell'esistenza. E non necessariamente il tema deve essere affrontato in chiave positiva, perché si può parlare anche di gelosia, di tradimenti e di altri risvolti negativi di questo sentimento».
Quando uscì “Anime alla deriva” qualche critico l’ha accusata di avere scritto una soap opera letteraria. È successo lo stesso con “Le stanze illuminate” o la critica è stata più indulgente?
«In Inghilterra quando scrivi sei soggetto a critiche anche feroci. Ma io condivido molte delle obiezioni che sono state mosse ad “Anime alla deriva”. Avrei preferito evitare certi errori ma avevo solo diciotto anni. Adesso vedo che la critica è molto più cauta».
Il primo libro lo ha scritto e riscritto. E questo?
«Devo dire che la prima stesura di “Anime alla deriva” no nera per niente entusiasmante, ma è stata utile a risolvere un po’ di problemi. Per esempio io avevo in mente di scrivere centomila parole e mi chiedevo se sarei stato capace di darmi una disciplina: stare tante ore al tavolino e scrivere un libro di 350 pagine. Ce l’ho fatto ma il risultato era un po’ banale. Così l’ho riscritto completamente e mandato alla casa editrice Penguin. Che all’inzio lo respinse, poi però mi invitarono a pranzo e mi consigliarono di trovarmi un agente, anzi me ne hanno raccomandato uno. E così ho fatto, il libro è piaciuto e c’è stata una grossa asta per acquistarne i diritti. Se li aggiudicò la Penguin per una forte somma quando all’inzio sarebbero bastate appena cento sterline!».
Insomma la sua tenacia ha vinto.
«Fin da bambino avrei voluto fare lo scrittore e non immaginavo niente di diverso finché l’ho fatto. “Anime alla deriva” è nato così per questa mia forza di volontà. Non avrei pensato di vendere così tanto, di essere tradotto in 22 lingue e di ricevere richieste per farne un film. Francamente ho pensato che ero troppo giovane per tutto ciò. Mi sono trovato in palcoscenici di tutto il mondo a condividere premi con chi aveva cinquant’anni, cioè molta più esperienza di vita di quanta ne avessi io. Essere considerato come una sorta di genio non mi favoriva certo di fronte agli autori più conosciuti, esperti ed affermati. Tutto questo clamore mi ha consegnato una grande responsabilità ed una grande pressione psicologica. La stampa sempre addosso, il pubblico, gli autografi. Mai che mi lascino da solo. E questa è stata l’esperienza più traumatizzante».
Che cosa è successo dopo?
«Che questa tensione si è riverberata nel secondo libro “Noi” che è stato un incubo, tanto che quando l’ho finito mi sono ripromesso il seguente impegno: semmai dovrò scrivere un terzo romanzo dovrò comportarmi in maniera totalmente diversa. Non ho accettato assolutamente alcun anticipo dalla casa editrice. Non ne ho discusso con nessuno. Ho voluto esplorare dentro di me. Libero. E penso che il risultato di tutto questo sia evidente ne “Le stanze illuminate”. Adesso sono cresciuto, non sono più l’adolescente della letteratura britannica».
E da… adulto cosa sta scrivendo?
«Sto lavorando ad un nuovo romanzo ambientato nella Johannesburg della mia infanzia, racconto di una famiglia bianca dal punto di vista della tata nera. La famiglia bianca è benestante, i neri vivono una condizione di povertà e l’indipendenza sudafricana e la fine dell’apartheid sono ancora molto lontane».