Verde come le divise dei generali golpisti, zafferano come le tonache dei monaci buddisti. Verde e zafferano (Bompiani, pp. 242, 16,50 Eu) è il titolo del libro-inchiesta che Carmen Lasorella ha dedicato alla Birmania.
Volto noto della tv, inviata di guerra nelle aree più calde del mondo, testimone anche di delitti orrendi, improvvisamente e forse per la sua indipendenza che la durezza delle esperienze vissute non ha scalfito, è stata messa da parte dai poteri forti della Rai. Carmen non scendeva a compromessi e questo libro lo dimostra per la tenacia con cui ha cercato le prove d’accusa contro un regime feroce e liberticida che il cataclisma abbattutosi in questi giorni sul Paese porta in palcoscenico insieme con la figura nobile di Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace 1991 che avventurosamente Lasorella ha intervistato a Rangoon, dove la donna vive da 18 anni agli arresti domiciliari.
Carmen, che paese è la Birmania che lei ha visto e racconta?
«La Birmania è un Paese quasi orwelliano. Dietro i suoi muri di pietra accadono le peggiori nefandezze, c’è la violazione sistematica dei diritti dell’uomo, non c’è la speranza del futuro, è uno stato-caserma, una realtà impermeabile al nostro tempo benché abbia una tecnologia avanzata, ricchezze grandissime, armi sofisticatissime tant’è che si pensa che possa diventare uno dei Paesi della top-ten militare. Quindi non parliamo di terzo mondo, parliamo di una realtà dai fortissimi contrasti, dove c’è una dittatura golpista al potere da 46 anni, che tiene sotto il pugno di ferro un popolo ospitale, gentile, colto, aperto a tutto ciò che potrebbe essere una vita diversa. In questa realtà anche un fatto di cronaca come l’uragano Nargis che s’è abbattuto sulle sue coste diventa una tragica farsa».
Ciononostante il dittatore Than Swe pensa di potere far svolgere ugualmente il Referendum sulla Costituzione. Perché?
«Anche il Referendum – se si svolgerà – sarà una farsa per fingere di dare una risposta democratica alle marce dei monaci dello scorso ottobre e che hanno portato l’attenzione di tutto il mondo sulla Birmania. L’ultima volta era stata nel 1990 quando le elezioni vinte da Suu Kyi, la leader della resistenza, erano state misconosciute dal regime, che si era comportato come se non fossero mai avvenute. Quindi benché ci fosse stata una maggioranza a favore di Suu Kyi al di sopra del 70 per cento, lei finì subito agli arresti domiciliari dove rimane da diciotto anni.
Così di fronte all’attenzione mediatica che si è riaccesa lo scorso autunno, i generali golpisti hanno deciso di accelerare i tempi di questa road map per la democrazia che va avanti da quattordici anni, giusto per dire che il regime vuole aprire ad una realtà pluripartitica in qualche modo costituzionale. La sostanza è che questo simulacro di Costituzione se lo sono già predisposto a loro uso e consumo, partendo con un 25 per cento a proprio favore assegnato sulla carta, limitando la partecipazione dei partiti a quelli formalmente favorevoli, e il voto ai soli birmani, anche se le etnie sono settanta. A Suu Kyi è negato il voto perché ha sposato un occidentale».
A voce alta per la Birmania è il sottotitolo del libro. Perché l’Occidente è così distratto?
«L’Occidente ormai è distratto di fronte a qualunque cosa. Purtroppo quando ci sono violazioni dei diritti umani, è più facile girare gli occhi dall’altra parte. Nel caso della Birmania parliamo di un paese ricchissimo e strategicamente importante perché è nel sud est asiatico una sorta di cuscino tra Cina e India, ha importanti confini con il Bangla Desh e la Thailandia e il fiato della Cina sul collo che vuole controllare e di fatto controlla il Golfo del Bengala a dispetto dell’India.
Parliamo di un Paese che formava il triangolo d’oro per la coltivazione del papavero: il primo al mondo per la produzione di oppio. Oggi tutto questo è passato in secondo piano perché ormai le droghe sono sintetiche. Non è più l’oppio che diventa eroina, è l’uso di amfetamine e metanfetamine. Quindi i campi di papavero sono stati distrutti facendo un grande gesto, come del resto anche in Afghanistan. La Birmania ha le risorse energetiche più importanti del sud-est asiatico, riserve di gas naturale per qualcosa come 540 miliardi di metri cubi di gas (ma sono stime per difetto). Non a caso le famose sanzioni varate dall’Occidente non prevedono mai un embargo nei confronti delle riserve energetiche. Quindi al tavolo del gas e del petrolio siedono tutti, gli occidentali, gli americani, i paesi dell’est e soprattutto i più vicini, India, Cina e Thailandia. La Cina addirittura ha favorito l’emigrazione di un milione e mezzo di cinesi che controlla con la sua milizia (un potere nel potere dei generali birmani).
E non basta. Le ricchezze del Paese sono sconfinate per tante altre cose. Ci sono legni pregiati che loro importano a due lire, le pietre preziose e i rubini più famosi del mondo. Ad un’asta di Christies un rubino è stato battuto con qualcosa come otto milioni e mezzo di dollari. È un Paese poco conosciuto ma straordinariamente ricco ed importantissimo dal punto di vista strategico».
Ma nonostante la sua ricchezza è un Paese dove la gente sta male, i bambini vengono venduti all’esercito, per la scuola e per la sanità non si spende niente.
«Appunto questa è una dittatura che ha affamato la popolazione, l’ha ridotta in miseria. Perfino ai tempi della colonia inglese, la Birmania aveva uno standard di vita molto elevato. Il Paese è ridotto a uno stato di sotto-colonia, e oggi se ne parla come il Darfur dell’Asia dove la gente vive con un reddito di un dollaro al giorno e dove per le spese sanitarie si spendono dieci euro pro-capite l’anno».
E la corruzione dilaga, la prostituzione, le bambine vendute.
«Esattamente. Dove c’è un regime c’è corruzione. In Birmania si paga per vivere, c’è il lavoro forzato, obbligatorio, l’esproprio senza giusta causa, i villaggi vengono bruciati e la gente trasferita in blocco da altre parti. Chiunque può essere arrestato senza motivo e rimanere anni in carcere o finire in un campo di lavoro, i bambini vengono prelevati arbitrariamente dalle famiglie. Una situazione assolutamente orwelliana che va aldilà dell’immaginazione».
La capitale non è più Rangoon ma un luogo da Grande Fratello che si chiama Naypyidaw. Il Grande Fratello dov’è?
«È questa la cosa spaventosa, che tu ti senti spiato, osservato, scortato dappertutto. Hai una sensazione che mette i brividi. Un terzo della popolazione è costretto per fame a fare il delatore: donne e uomini qualsiasi che però spiano tutti. La delazione eretta a sistema sicché hai continuamente la percezione di essere osservato, guardato, seguito. Io l’ho avuta fortissima persino nella mia stanza d’albergo dove pensavo a bassa voce perché ritenevo che ci fosse qualcuno in ascolto».
Ed è un Paese governato dall’astrologia…
«Certamente, sono tutti molto superstizioni. Cito un solo caso: lo spostamento della capitale da Rangoon a Naypyidaw che sta nel cuore della giungla (un’altra follia), il dittatore Than Swe ha voluto che avvenisse alle 6.24 del mattino del 6 novembre 2005 perché il 6 è il numero da lui preferito. Quindi giorno 6, alle 6 dei mattino, 6.24, cioè 2 + 4 fa sei, tre volte 6, quindi tre volte il numero perfetto il che sarebbe stato un magnifico auspicio».
È in questo contesto che nell’autunno scorso è scoppiata la rivolta dei monaci che richiama quella più recente avvenuta in Tibet. Ma chi sono i monaci e qual è il loro posto nella società?
«I monaci sono una casta con privilegi e sono l’autorità morale del Paese; il sistema politico che è a forte dominanza buddista (il 90% della popolazione) li tiene in grande considerazione, ma qualche volta li massacra e dall’88 - quando ci fu una repressione durissima che costò tremila morti - ad oggi, in più di un’occasione, quando l’esasperazione giungeva al massimo, i monaci hanno affiancato il popolo. E la protervia del potere non gliel’ha perdonato».
Veniamo a Suu Kyi, che è stata la sua interlocutrice clandestina. Si può paragonare a Ghandi e a Luther King, quanto la forza di un simbolo può favorire il cambiamento?
«Credo che Suu Kyi senz’altro sia uno dei grandi personaggi del nostro tempo. Evoca soprattutto Nelson Mandela perché come lui è stato in prigione per lunghissimi anni, come lui ha rappresentato la speranza per un popolo, anche se fisicamente era dietro le sbarre. È una donna impregnata di cultura occidentale avendo vissuto per 43 anni in Inghilterra, negli Stati Uniti, in Giappone, nel Bhutan, ma di fortissima fede, una buddista nell’anima, e questo trascende la sua vita terrena di donna. Per questo è consapevole di stare interpretando un ruolo nei confronti del quale molte volte è anche intimidita e si sente inadeguata alla sfida estrema cui il destino l’ha chiamata. Lei è certa che un giorno la democrazia arriverà e perciò i suoi seguaci pensano che “se la Signora resiste noi dobbiamo avere la forza e resistere”. Con il suo pacifismo e il suo non confondersi con la violenza delle istituzioni è un’icona straordinaria per il suo popolo: è molto di più che un mito o un simbolo come noi possiamo percepire in occidente. Lei – prima che la comunità internazionale la invitasse ad aprire un dialogo con la giunta, non ha mai voluto parlare con i generali. Semplicemente per Suu Kyi erano inesistenti, e va riconosciuto che se la luce sulla Birmania è rimasta accesa, lo si deve al Premio Nobel Ang Suu Kyi».