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Colombo: «la giustizia non funziona»

 
Intervista al giudice della P2 e di Mani Pulite. Il primo ospite della rassegna 'Grandi Incontri Internazionali'. Il 26 aprile a Sanremo
 
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È Gherardo Colombo a inaugurare la nuova edizione dei Grandi Incontri Internazionali organizzati dall'Assessorato alla Cultura di Sanremo e curati dal giornalista Sergio Buonadonna.
Partendo dal libro Sulle regole (Feltrinelli), sabato 26 aprile 2008, alle ore 17.30, al Teatro del Casinò Municipale di Sanremo, il giudice della P2, di Mani Pulite e dei grandi processi italiani che ha lasciato la Magistratura per dedicarsi di più ai diritti dei cittadini, a 60 anni dalla Costituzione affronta una riflessione sulla necessità di una società più rispettosa delle persone. L'ingresso è libero.

Pubblichiamo di seguito l'intervista di Sergio Buonadonna.
 
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Sanremo, 23 aprile 2008
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di Sergio Buonadonna
   
Gherardo Colombo
Gherardo Colombo
 
Gherardo Colombo (Briosco, Milano,1946) ha lavorato in magistratura dal 1974 al 2007. Ha condotto o collaborato a inchieste celebri come la scoperta della Loggia P2, il delitto Ambrosoli, Mani pulite, i processi Imi-Sir, Lodo Mondadori e Sme.
Dal 1989 al 1992 è stato consulente per la Commissione parlamentare di inchiesta sul terrorismo in Italia, nel 1993 consulente per la Commissione parlamentare di inchiesta sulla mafia. Dal 1989 ha lavorato come pubblico ministero presso la Procura della Repubblica di Milano. Nel 2005 è stato nominato consigliere presso la Corte di cassazione. A metà febbraio del 2007, a quindici anni dall'inizio di Tangentopoli, si è dimesso dalla magistratura.
Tra le sue pubblicazioni: Il riciclaggio - Gli strumenti giudiziari di controllo dei flussi monetari illeciti con le modifiche introdotte alla nuova legge antimafia (Giuffrè 1991); è coautore de La legislazione antimafia, raccolta di leggi antimafia (Giuffrè 1994).

La Costituzione ha sessant’anni. In che stato di salute ci arriva?
«Secondo me in buono stato per la parte che riguarda la sostanza: cioè i diritti fondamentali della persona e l'uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Tuttavia è stata frequentemente disattesa perché la Costituzione è espressione di una società tendente all’orizzontalità, e invece i cittadini molto spesso ricostituiscono una società verticale, fatta a scale in cui non esiste uguaglianza di possibilità di fronte alla legge ed i principi fondamentali vengono talvolta traditi. Sono due discorsi diversi. Un conto è l’integrità soprattutto della prima parte della Costituzione, la sua fondamentalità, e un conto il comportamento delle persone nei confronti delle regole che ne discendono».

Non è che l’Italia della politica è più tentata dalla giustizia verticale?
«L’interprete principale è sempre il modo di pensare dei cittadini nel loro complesso. Che non sono tutti ma una parte consistente. Però tutto il resto a mio parere è conseguente e quindi anche il pensiero di chi svolge funzioni politiche è una conseguenza del pensiero della cittadinanza».

A sostegno dell’attualità della Costituzione, Lei ha letto in teatro l’arringa di Piero Calamandrei al processo contro per Danilo Dolci, accusato e comunque condannato per aver fatto riparare una strada sterrata a Partinico.
«Io ho letto in più occasioni l’arringa di Calamandrei in difesa di Danilo Dolci . L’ho letta a Roma, a Milano, a Trieste: essa è un paradigma, direi la fotografia dei cambiamenti che la Costituzione cercava di introdurre nel nostro Paese quanto ai diritti fondamentali delle persone. Dolci ha cercato di rendere effettiva la parte della Costituzione che riguarda il lavoro. E Calamandrei si è rivolto moltissimo a quest’aspetto dell’operare del sociologo triestino. Quindi sia quel che aveva fatto Danilo Dolci che quel che aveva detto Calamandrei nella sua arringa vanno verso il tentativo di una completa attuazione della Costituzione».

Nell’introduzione al suo libro Lei disegna un Paese immaginario, un Paese truffaldino che si fa pagare in nero, in cui trionfano la furbizia, la disonestà, il malaffare. Diciamo un Paese in cui lo scarto tra diritti e doveri è molto forte. Perché?
«Perché l’Italia è un Paese organizzato secondo le regole della società verticale anche se ha le leggi della società orizzontale. Il che ha un peso molto forte nella vita civile».

Non è che Giustizia sarà una parola magica che viene continuamente disattesa?
«Giustizia è una parola cui si danno significati diversi a seconda della concezione che se ne ha. Il mondo ha conosciuto per lunghissimo tempo la giustizia della sperequazione. Quando c’era la schiavitù giustizia voleva dire riconoscimento della diversità e applicazione di diritti e doveri in misura diversa a seconda della collocazione nella scala sociale e come riconoscimento delle diversità che ne derivavano. Gli schiavi dovevano tutto e non potevano nulla, il sovrano assoluto poteva tutto e non doveva nulla. Io credo che oggi esista una diversità di intendere il contenuto e il significato della parola giustizia. C’è chi ritiene giusto che le persone siano considerate diverse e che quindi diritti doveri siano distribuiti in modo diseguale e chi ritiene invece che l’esperienza maturata nel secolo passato debba portare ad una società organizzata in modo che a ciascuno siano riconosciuti diritti fondamentali e che quindi la giustizia abbia una funzione perequativa».

E la giustizia praticata – dopo trentatrè anni di magistratura - l’ha delusa?
«Secondo lei c’è qualcuno in Italia che dice: "Oh, come funziona bene la giustizia"? Io non ho potuto far altro che constatare che la giustizia in Italia funziona malissimo. E ho deciso di dedicarmi ad altro proprio per cercare dall’esterno di fare in modo che la giustizia funzioni un pochino meno peggio».

E perché siamo così insofferenti alle regole?
«Siamo insofferenti alle regole per quel che riguarda noi stessi. Generalmente preferiamo che siano gli altri ad osservare le regole. Questo è un atteggiamento che ha radici molteplici, può darsi che dipenda un po’ dal fatto che siamo molto giovani come nazione rispetto ad altri Paesi in cui ci si riconosce nella collettività da molto più tempo che non in Italia. Credo che in questa condotta influisca il fraintendimento del perdono, cioè l’idea religiosa per cui proiettiamo il perdono anche nel futuro. La Riforma Protestante non ci ha toccati, perciò in qualche misura risentiamo ancora della prospettiva secondo la quale si possono acquistare le indulgenze, quindi se si può acquistare il Paradiso, figurarsi se non si può acquistare tutto in Terra. Le regole diventano specchio della sperequazione quando è lecito acquistare qualunque cosa. Persino la corruzione non sembra più disdicevole».

Quando Lei ha lasciato la magistratura ha rilasciato un’intervista al Corriere della Sera in cui diceva: vedo riabilitati i corrotti. È quello che è successo e che continua ad accadere?
«Certo. Vede i processi che hanno riguardato la corruzione – io posso parlare in particolare dei processi conseguenti alle indagini chiamate Mani pulite – si sono frequentemente conclusi con la prescrizione; talora si sono cambiate leggi, e in conseguenza ciò che prima era reato non lo costituisce più. Insomma io credo che l’esito sia stato quello di confermare il senso di impunità che esisteva prima dell’avvio delle indagini. Sicché ho la sensazione netta del fatto che non importi il rispetto delle regole e quindi anche di quelle che riguardano la corruzione».

Quanto questo senso di impunità è diffuso nel Paese? Quanto fa scaturire perfino un senso di ammirazione per i furbi, se non per gli abusi dei politici?
«Se i cittadini italiani nel loro complesso – insomma nella maggioranza – pensano che si va avanti per raccomandazioni, che è meglio esser furbi piuttosto che essere onesti, la conseguenza non può che essere questa. Anche nei settori specifici di attività  prevale lo stesso modo di pensare».

In campagna elettorale c’è stato chi ha dato dell’eroe ad un mafioso omicida condannato all’ergastolo. Un messaggio politico per annunciare la disponibilità ad attenuare il 41 bis o comunque a ricambiare i favori di Cosa Nostra?
«Credo che ciascuno abbia elementi sufficienti per valutare cose come queste. Vediamo cosa succederà. A prescindere dalle scelte di campo che una simile dichiarazione può implicare, mi interessa sottolineare che in una società orizzontale il tema della sanzione va rivisto in tutti i suoi aspetti, ma appunto a patto che si vada verso una società orizzontale nella quale la conseguenza di una violazione è una sanzione che ha la caratteristica di tendere a riparare per davvero i danni causati e a recuperare alla società chi l’ha ferita. Questo non significa che la cultura mafiosa non possa essere sconfitta anche attraverso le indagini i processi e conseguenze certe. Però la questione  riguarda il modo di pensare. Se si pensa che per raggiungere certi obiettivi sia consentito tutto, poi è abbastanza difficile riuscire a marginalizzare la cultura mafiosa».

Qual è la causa principale della lentezza dei processi?
«Secondo me sta ancora nel pessimo rapporto tra i cittadini e le regole. Si possono certamente trovare delle soluzioni settoriali perché i processi durino di meno. Hanno  precise responsabilità il Parlamento perché le leggi sono inadeguate, il governo perché non vengono dati sufficienti mezzi affinché indagini e processi  siano più rapidi, i magistrati perché non sono spesso capaci di organizzare gli uffici in modo che funzionino bene, l’avvocatura e ancora la magistratura perché non sono sufficientemente curati l’aggiornamento professionale e la deontologia dei rispettivi componenti. Questo complesso di cose contribuisce pesantemente alla lentezza dei processi. Nello stesso tempo però va osservato che la criminalità è molto diffusa e che la repressione penale è stata concepita per deviazioni marginali: diventa quasi impossibile fronteggiare una devianza generalizzata con uno strumento pensato e inventato per devianze marginali».

L’Italia chiede più sicurezza e inasprimento delle pene.
«Secondo me si ottiene più sicurezza attraverso un modo di relazionarsi estremamente diverso. Nel momento in cui il riconoscimento ed il rispetto dell’altro fossero il punto di partenza probabilmente si avrebbe più sicurezza senza ricorrere strumenti che, per inciso, molto frequentemente non raggiungono gli obiettivi per i quali vengono utilizzati. Per esempio in Italia i due terzi delle persone che escono dal carcere commettono nuovi reati. Secondo me questo significa che il sistema non funziona per prevenire la commissione di nuovi reati. Io credo che sarebbe necessario recuperare le persone e reinserirle. E questo non succede».

Come si sente nel suo nuovo ruolo di vicepresidente della Garzanti e di autore che incontra molto i giovani?
«Mi trovo benissimo nel mondo dell’editoria dove sto ancora imparando perché prima facevo altro, e qualunque attività richiede preparazione specifica. Sono molto contento degli incontri con i giovani, di andare in giro nelle scuole perché trovo molti riscontri. Ci sono magari delle situazioni in cui non si riesce ad entrare benissimo in contatto con i ragazzi, ma si tratta di eccezioni. Generalmente la relazione che si instaura è molto positiva. Per esempio, pochi giorni fa sono stato all’Aquila tra i ragazzi delle superiori, c’era tantissimo interesse ed un pensiero articolato e profondo, fondamentale per riuscire a capire il perché delle regole e riuscire a capire come rispettando le persone attraverso il rispetto delle regole si possa vivere meglio».



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