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Se Sanremo non vuole l'arte

 
Un indegno polverone sull'esposizione di Otto Hofmann. Dimenticando che il valore delle mostre non si conta con i soldi. Di Fulvio Cervini
 
   

     
Sanremo, 29 settembre 2006
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di Fulvio Cervini - Universitą di Firenze
   
mostra hoffman
Una stimata galleria genovese, Martini & Ronchetti, propone al Comune di Sanremo attraverso un non meno accreditato giornalista culturale di Repubblica, Armando Besio, un'ampia mostra retrospettiva di Otto Hofmann (1907-1996), importante astrattista tedesco allievo del Bauhaus a Dessau e morto a Pompeiana, dove aveva trascorso gli ultimi anni.
Avvicinandosi il centenario, sembra propizia l'occasione di ricordare un artista notevole ma non inflazionato, e finora sconosciuto nel Ponente. Un testimone del Novecento che nasce da Klee e Kandinskij e oppone intima poesia ai totalitarismi.
Il progetto contempla un catalogo scientifico affidato a un editore di fama e scritto da studiosi italiani e tedeschi, un cospicuo numero di opere con prestiti dall'estero, il riallestimento del Palafiori - nuovo di zecca ma non ancora idoneo a ospitare mostre - una collaborazione col museo di Jena, successiva tappa dell'evento, e una campagna pubblicitaria adeguata a un evento nazionale.

Il costo dell'operazione va avvicinandosi ai duecentomila euro. Tanti, in apparenza. Ma pochi, se si considera come vengono spesi e quanto costano di solito i mostrazzoni oggi in voga (impressionisti et similia), spesso scontati e tarati su un gusto massificato (mentre Hofmann è scelta originale).
A questo punto due consiglieri comunali contestano il progetto perché ritenuto esoso rispetto all'effettiva grandezza dell'artista. Giusto e legittimo che nelle istituzioni avvenga un dibattito sulle iniziative culturali da finanziare e sui loro costi, ci mancherebbe altro. Ma bisognerebbe farlo con documentata competenza e con l'ausilio di veri specialisti della disciplina. Cosa che non è accaduta, anzi: la sortita ha dato la stura al caos.
Opinionisti improvvisati si sono messi a pontificare sulla stampa locale dando a Hofmann del mediocre; altri hanno cercato su internet le quotazioni di Hofmann per verificare se fosse davvero un artista di "valore"; e si è arrivati al grottesco di un quotidiano che ha telefonato a Sgarbi per sapere se Hofmann valeva la candela (e meno male che il Vittorio nazionale ha detto che Hofmann è un grande).

Se fossimo in un vaudeville ci sarebbe da ridere a crepapelle. Purtroppo siamo nel 2006 a Sanremo, Italia. Dove si ammette tranquillamente che un artista possa venire giudicato in base a quel che costa (Fidia e Giotto non sono su internet, chissà cosa ne pensano i detrattori di Hofmann), e neppure ci si preoccupa di ascoltare le ragioni della storiografia critica. E dove una mostra non vale per le emozioni che suscita o l'arricchimento culturale (e di reputazione) che procura alla città, ma soltanto per i soldi che fa spendere o guadagnare.
Proprio quegli starnazzamenti volgari, oltre ad over offeso la memoria di un artista e la dignità professionale di chi se occupa, hanno determinato un clima di tensione senza precedenti nella recente vita culturale del luogo. E dire che gli arcigni tutori del bene pubblico tacciono sempre di fronte allo sfacelo del paesaggio e del patrimonio architettonico, e tacciono davanti a mostre di assoluta indegnità (ne ricordo una, tragicomica e carissima, su Edward Lear). Salvo poi mazzolare le buone, prima ancora di vederle, senza capirne nulla.

Coltivare la memoria attraverso l'arte è uno dei traguardi di civiltà più alti cui si possa tendere. La mostra, credo, si farà. Ma mi addolora constatare che a Sanremo una minoranza molto rumorosa si batte per restare incivile.
 
 
 
 
 
 
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