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Deserto
© foto: Giacomo Revelli
 

Un Pastis nel deserto

 
Il viaggio termina come non poteva che terminare: Marocco-Italia a calcio fra le dune. E per il mal di dromedario c'è un'ottima erba locale
 
   

     
17 giugno 2006
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di
Giacomo
Revelli
   
Leggi le altre puntate di Un taggiasco in Marocco di Giacomo Revelli su mentelocale.it

La mattina ci svegliamo presto. Il sonno, nel più completo silenzio, riacquista le sua efficacia e ci si sente un po' come la domenica mattina, quando la sera s'è tirato un po' tardi, ma si è dormito fino a mezzogiorno. La nostra tenda è poco distante da quella di Bader. Lui è ancora dentro, il cuoco berbero invece dorme direttamente all'aperto, sopra un tappeto disteso sulla sabbia. La sua giornata sta per cominciare. Si sveglia, ci saluta con la sua vocetta acuta. Si va alla toilette.
Anche qui ne esiste una, certo. Ovvero, c'è quella ufficiale, un buco nella sabbia con sopra una turca e attorno una tenda da tirare per la privacy. L'hanno messa su per non rendere troppo dura la vita ai turisti, ma, in realtà poi tutti usano quella ufficiosa, informale, modello Légion étrangère. Questa si estende per chilometri, da est ad ovest, da nord a sud. E' anch'essa un buco nella sabbia, ma intorno c'è il nulla. La privacy è garantita dalle dune, basta che mi allontani un poco e nessuno mi vedrà accucciato come una mosca a inquinare il deserto.

Al mio ritorno la colazione è già servita. In cima ad una dunetta Bader ha steso un drappo giallo e sopra ci ha messo ogni ben di Allah: focaccette berbere, miele, marmellate di fichi, pane, burro e altre leccornie. C'è del the, del caffè nero, del latte. Ci accucciamo e mangiamo tutti assieme, invitiamo Bader e il cuoco a salire con noi, ma entrambi dicono di avere già mangiato e restano giù a palleggiare e a tirarsi i rigori. Le focacce berbere sono fritte e si tagliano a metà. Dentro ci si mette la marmellata o il miele, poi si mangiano con il caffè.
Dopo un po' le intenzioni dei nostri due accompagnatori sono chiare: sistemano due borse da una parte e dall'altra, tracciano delle linee per l'outside e il corner, palla al centro ed eccoli che ci chiamano. La pretattica è chiara: ci hanno fatto rimpinzare a colazione per piegarci poi sul campo da gioco. Ma non possiamo sottrarci alla sfida.
Salvatores insegna che ogni italiano che va in Marocco prima o poi finisce per scontrarsi a calcio con i locali. Sapevamo che sarebbe successo, ma non credevamo che sarebbe accaduto proprio qui, in mezzo al deserto. Io e Claudio ci guardiamo negli occhi: è un'occasione da non perdere, anche perché sono appena le 7.30 del mattino e fa già molto caldo, tra poco sarà impossibile muoversi.

Due contro due, in un campetto 25 per 20, su un terreno di sabbia silicea, i piedi ti diventano lucidi come Swarowski. Giochiamo due tempi di 15 minuti ciascuno.
Loro partono forte: Bader sfodera veroniche e doppi passi come un tanguero. Il cuoco invece è veloce e ha la caratteristica di smarcarsi emettendo ululati gutturali per intimorire l'avversario. Ma non ci lasciamo impaurire. Il tempo di studiare la situazione e capiamo dove agire: bisogna giocare sulle palle alte. Non per Bader - è alto quasi due metri - ma per il cuoco: non arriva al metro e settanta.
Il primo gol arriva infatti con un cross che lo scavalca in elevazione e si deposita sul piede di Claudio subito dietro a lui: 1 a 0. I tuareg non demordono, ma si sbilanciano, e segnamo ancora in contropiede. Riesco a rubare palla a Bader in uno dei suoi dribbling islamici e servo a Claudio, lanciato sulla fascia, la palla del 2 a 0. Il primo tempo finisce così. Con il cambio di campo segno io, palo-gol, ma la digestione comincia a farsi sentire e loro accorciano le distanze: 3 a 1.
Ma più di tutto pesano le Marlboro di Bader: non ha più fiato e perde sempre palla. Il cuoco infine dichiara la sconfitta: Rappresentativa Taggia e Ventimiglia Alta vs All Stars Saharawi: 6 a 2; ci abbracciamo tutti insieme e ci beviamo l'ultimo caffè.

Alle 10 partiamo per l'escursione a dorso di dromedario. Sono questi esseri davvero particolari, che assommano tutte le qualità, ma anche i difetti, di diverse altre specie: asino, pecora, cavallo e giraffa. Sono testardi, forti, lanosi, indolenti, resistenti e ciancicanti. Emettono versi gutturali e sordi, più o meno come Ciubecca, lo wookie peloso di Star Wars. Il mio ha un manubrio da cronoman montato sulla gobba e cigola come un carretto.

Il pomeriggio la temperatura sale fino a quasi 40 gradi. Ci salviamo dentro la tenda. Bader usa le ultime batterie del cellulare per chiamare Alì Nassim. Parlano un po'. Per l'escursione in fuoristrada che ci avevano venduto ad Aït Benhaddou, Alì chiede ancora 50 euro. Ci avrebbe portati all'Erg Chebbi, un'oasi a quasi 80 km di distanza, in cui c'è un tramonto bellissimo. Noi contrattiamo. Sì, ci interessano l'oasi, il tramonto, ma fa caldo e partire adesso, con questa temperatura non ci rende entusiasti. Decidiamo così di fare un giretto in jeep più tardi e di passarci il pomeriggio in tenda.
Bader sembra ringraziarci, neppure lui ha voglia di mettersi in viaggio con quel caldo, così restiamo al fresco a leggere e dormire, nel silenzio interrotto soltanto dal vento che ogni tanto arriva a sbattere la tenda in folate improvvise.

Verso le 18 arriva Alì. Ha un fuoristrada Toyota mezzo scassato. Ci carica e ci porta in giro. Da come guida sembra stia partecipando alla Dakar: mette una casetta nel mangianastri, musica tecnoetnoislampop, canzoni che durano in media 8 o 9 minuti l'una e terminano senza preavviso. Ripenso alla voce e al tamburo di Abdul della sera prima.
Alì non sembra preoccuparsi di avere quattro sprovveduti italiani a bordo che non sanno come reggersi ad ogni buca che prende. Anzi, la sua guida è un vero e proprio attentato alle nostre vertebre dorsali. Vedendoci contrariati, decide di cambiare la cassetta: stoppa il tecnopunkislam e mette Bocelli. No, grazie, gli fa Claudio, meglio la musica islamica, si adatta di più alle dune.
Arriviamo a Mohamed, l'ultimo paese marocchino prima dell'Algeria. Si vede già la differenza, qui comandano già i "barboni", gli integralisti: il paese è deserto, le donne hanno il velo integrale ed entrano in casa quando arriviamo. Ci sono solo bambini e vecchi in giro. Dopo un po' ci fermiamo per vedere il tramonto: menomale, non pensavo di patire la macchina nel deserto. Torniamo nel crepuscolo e arriviamo quand'è buio. Non mi raccapezzo di come Alì sia riuscito a ritrovare la nostra tenda. Forse seguendo in cielo la Croix d'Agadez, nella migliore delle ipotesi.

Prima di cena ci rilassiamo un po' in tenda. Bader ha già preparato tutto l'occorrente. Roba che arriva da Tamgroute, anzi, ce ne sarebbe ancora da vendere se ne volessimo: Alì dà un'occhiata al pezzetto che ci hanno venduto a Marrakech e sorride. Vi hanno venduto dell'hennè... va bene per fare i tatuaggi..., quello buono ce l'ho io. E, in effetti, la sua è roba davvero buona, un po' mi aiuta a superare lo shock della gita di prima.
Certo che Alì è un vero professionista. Ci ha portato in giro con il rock and roll islamico. Ci ha appena venduto 200 dirham di scitto e adesso prova a rifilarci una fatima, una sua amica di Zagora. In particolare si accanisce con me, dice che ne ha una che mi farebbe impazzire. Io non so come fargli capire che per lui ho il massimo rispetto, ma ho la schiena rotta e, anche volendo, non potrei far felice la sua fatima. Ma sono terribilmente curioso di vedere come potrebbe materializzare una ragazza in una tenda di tutti uomini a più di 100 chilometri dal primo avamposto di civiltà. L'esperienza però, mi insegna di non metterlo alla prova.

Alla fine Alì se ne va e restiamo con Bader e il cuoco. È la nostra ultima sera con loro. Dopo mangiato ci raccontiamo un po'. Chi siamo, che facciamo, dove andiamo. Bader ci racconta perché, alla fine, è tornato nel deserto. Parla di una ragazza, la sua ragazza. Lui voleva sposarla, ma lei no, forse aveva degli altri amanti. Poi resta incinta, allora lo cerca, ma lui la allontana. Lei lo denuncia. La legge qui, per una donna non sposata con un figlio, è molto severa. Lo accusa averla violentata, di essere lui il padre, lo mettono dentro e lo processano. Sconta quel che deve scontare, ma quando esce non ne vuole più sapere e torna nel deserto.
Ora non sta bene e non sta male. In Europa non c'è mai stato e non pensa di andarci, non vuole ricominciare. Ha la stessa rabbia e il nichilismo dei suoi amici che sono emigrati in Francia, me lo immagino vestito con una felpa da casseur e le scarpe da basket; gira tra le dune del deserto come fanno i suoi colleghi tra i condomini delle banlieue parigine. Ma lui preferisce stare qui. Allontana la tua tenda, avvicina il tuo cuore, dice, è un vecchio detto tuareg.

Restiamo a parlare fino a notte fonda. Bader s'è fatto portare da Alì una bottiglia di Pastis, vuole berla con noi. Ora: Paolo e Claudio sono di Ventimiglia e lì Ricard e Pastis 51 scorrono a fiumi, i francesi vengono a comprarlo all'autoporto perché costa meno. Ma accettano di buon grado di berne uno insieme. Il gusto d'anice ci dice che è ora di tornare a casa.
Bader ci regala dei bigliettini con dentro un brano del Corano e un'erba particolare. Portatelo sempre con voi, è un portafortuna, dice, solo non andateci all'hammam o a donne, per rispetto.
Siamo ai saluti. Ognuno di noi gli dà qualcosa, Claudio un berrettino della Rizla, Stefano e Paolo una maglietta, io gli regalo un libro, Le Cosmicomiche di Calvino. In questo libro, gli dico, si parla della nascita dell'Universo e delle stelle che guardavamo ieri sera. Come nel Corano, dice Bader. Sì, giusto, è un po' come il mio Corano.

Da vedere:
Una storia Saharawi, Mario Martone, 1996
Il te nel deserto, Brenardo Bertolucci, 1990
L'uomo che sapeva troppo, Alfred Hitchcock, 1956

Da leggere
Jeffrey Tayler, La valle delle casbah, Neri Pozza Editore
Elias Canetti, Le voci di Marrakech, Adelphi
Alberto Moravia, Lettere dal Sahara, Tascabili Bompiani
Tahar Ben Jelloun, Creatura di sabbia, Einaudi, 1987

Da ascoltare
Ali Farka Taurè (con Ry Cooder), Talking Timbuctù - Hannibal HNCD 1381
Tinariwen, Amassakoul - Triban Union CD 032
Mariem Hassan, Deseos - Nubenegra INN 1128-2
Altaf Gnawa Group, Gnawa music from Morocco - arc, cd: eucd 1922

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