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Ogni mattina che nasce nel deserto potrebbe essere la prima spuntata al mondo.
Già alle 5 l'orizzonte non trattiene più la luce che tracima dal bordo dentellato dei monti.
L'assenza dei suoni è sconcertante. Non c'è un rumore, nemmeno il vento, soltanto il tuo respiro. È la vibrazione della solitudine. Poi il sole deflagra e in un attimo comincia il giorno.
Alì Nassim non ci ha messo molto ad arrivare. Nella sua barba incolta sono ancora intrappolati granelli di
cous cous. È vestito pure lui con la casacca da tuareg, ma l'impressione che fa è molto diversa rispetto a Bader: è un arabo basso e cicciotto, stempiato e dagli occhietti piccoli e languidi. Ha con sé due o tre "cugini". Si comporta da boss e tutti rispondono subito alle sue domande. Dà un'occhiata alla ricevuta che ci ha fatto Abdellah. È il momento di scoprire le carte: se l'escursione guidata nel deserto che abbiamo comprato 400 chilometri fa è una bufala ora ce ne accorgeremo. Invece no, tutto bene. Alì annuisce e parla in arabo a Bader. Ci manda dall'alimentari a comprare dell'acqua.
Tre litri a testa. Noi, per star tranquilli, che si va nel Sahara, compriamo ciascuno una tanica da cinque.
Partiamo subito dopo. Insieme a noi c'è sempre Bader. Non parla mai, anche quando gli chiediamo qualcosa risponde a monosillabi. La macchina? È un po' bassa, ma va bene. Alì? No, non è mio cugino, arriva più tardi con il fuoristrada. Nel deserto fa caldo? È il deserto.
Non piove da otto anni. Gioca con il cellulare che è sempre a corto di batteria. Non credo che riuscirà a ricaricarlo nel luogo in cui stiamo andando.
La strada procede dritta in mezzo ad un universo pietroso che graffia gli occhi. La striscia dell'asfalto è l'unica cosa liscia in questo posto. Tutto intorno ci sono le pietre e i sassi degli Hammada, gli altopiani rocciosi che circondano il Sahara.
In periferia, prima di uscire da Zagora ci fermiamo davanti ad una bottega. La nostra auto rimane parcheggiata sul ciglio della strada per almeno 20 minuti.
Veniamo accerchiati da orde di bambini che ci chiedono denaro e dolci. Sul sedile c'è un tubo di biscotti Digestive e degli Smarties che nessuno ha ancora toccato. Li apriamo e loro ne prendono come se fosse l'oro del mondo. Una bambina piccola in braccio alla sorella strilla un po', ma si calma e sorride con la suoneria del cellulare.
Ripartiamo. La carreggiata è così stretta che, quando due auto si incontrano, una deve mettere le ruote fuori dell'asfalto. Ogni volta è una vera e propria sfida: da lontano si vede arrivare una nuvola di polvere. Dopo un po' arriva la conferma:
è un fuoristrada Range Rover lanciato a 120 all'ora. Non accenna a spostarsi un centimetro dalla sua traiettoria, è come sui binari. Claudio non può fare altro che rallentare e accostare. Quando la incrociamo, la jeep ci scatena addosso una tempesta di sabbia e pietre. Lo spostamento d'aria ci fa oscillare abbondantemente. È così per chilometri, vinciamo un duello soltanto con una carovana di dromedari.
Non troveremo altre città. Un cartello indica l'ultima: si chiama Mohamed. È a una cinquantina di chilometri dal confine algerino. Noi però svoltiamo prima, Bader indica a Claudio uno sterrato sabbioso sulla destra. Roba da matti. Per la nostra auto, con cinque persone a bordo e carica di bagagli (i nostri, Bader non ne ha) ci sono poche possibilità di non rimanere insabbiata. Sotto i miei piedi sento il pianale strisciare sulla sabbia. Vedo il pacchetto vuoto degli Smarties con i loghi e il marchio registrato sollevarsi come se la strada fosse viva e si muovesse sotto di noi.
Poi, ecco, le ruote girano a vuoto, non si va più avanti. Sono le sei di sera e siamo insabbiati in una pista chissà dove del Sahara.
L'unico a non scomporsi è Bader. Scendete dalla macchina, tutti, dice. Guido io. Si mette lui al volante, noialtri dietro a spingere. Non mette in moto, dà solo alcuni colpi con il motorino d'avviamento. Ecco come si esce da una duna con la macchina: con il motore d'avviamento. Due colpi e via, siamo fuori. Bader ha una guida molto più spregiudicata: la macchina gli parte a destra e sinistra, sembra di stare seduti su una saponetta. Sullo sfondo si intravedono delle tende scure tra le dune.
Sono quasi le 19 e comincia a fare fresco. Scarichiamo i nostri zaini nella tenda. C'è tempo per cena, prima c'è lo spettacolo del tramonto. Il sole diventa grande e rosso, sembra di poterlo toccare e poi arriva il silenzio, o, meglio, l'assenza del suono.
Una tenda tuareg è una scatola in mezzo al deserto. È fatta per lo più di tappeti di lana tenuti insieme da un astuto intreccio di paletti e cordami. All'interno alcuni drappi gialli brillanti riflettono l'ultima luce del crepuscolo. Con noi ci sono Bader e un altro ragazzo berbero. È un cuoco. Ha una voce stridula e sorride sempre. Non parla francese, ma una lingua labiale e tonica. Le parole sono brevissime e acute, ad ascoltarle fanno venire in mente i picchi della catena dell'Atlante.
Bader prende un tamburo e incomincia a battere. È svogliato. Dice che il suo telefono è scarico e non può telefonare ad una ragazza che vorrebbe vedere. Ci scherziamo un po' su, ma solo quando arriva un altro ragazzo, di nome Abdul, sembra dimenticare tutto.
Abdul è sbucato dal nulla. Non capiamo come sia arrivato qui. Nessun rumore, nessun motore d'automobile, niente. Abdul è dolce e pacato. Ha una tunica grigio blu che gli invidio moltissimo, la
shish indaco gli ricopre il capo come una corona. Sa il francese ma parla poco. In compenso canta benissimo, con una voce gutturale che piega la mente, accompagnata dal tamburo. Dove abiti Abdul? Vivo qui. Ma qui dove? Qui, in questi posti.
Subito dopo capiamo che chiedergli ulteriormente dove non porterebbe a nulla. La risposta sarebbe sempre la stessa: qui. Abdul è un cammelliere. È arrivato con tre dromedari, per questo non lo abbiamo sentito. Sono per noi, dice. Fa un po' impressione vederli "parcheggiati" fuori della tenda, vicino alla Toyota berlina. Lui e Bader sono entrambi
haratin, i loro antenati sono originari del Mali e della Mauritania e furono portati come schiavi in Marocco. Sono amici da tanto, ma sono profondamente diversi, e si vede. Questione di scelte, dice Bader: io sono andato in città, ero stufo del deserto. Volevo guadagnare un po' di soldi e trovare una ragazza. Abdul è rimasto qui a fare il cammelliere.
Bader fuma una Marlboro, Abdul canta e suona il tamburo. Bader ironizza: Abdul, non troverai mai una ragazza disposta a vivere con te nel deserto. Abdul sorride: Allah ha creato i deserti perché gli uomini trovino la propria anima.
Mangiamo tutti insieme. Il cuoco ha preparato un
tapine di pollo con pane berbero. Poi usciamo e ci stendiamo a guardare il cielo. Ci siamo noi quattro, Abdul, Bader e il cuoco distesi sopra una duna nel buio completo con la faccia all'insù. Bader mi indica alcune costellazioni. Ecco la
Croix d'Agadez, ne porta una replica al collo, seguendo quella non ci si perde mai nel deserto. E poi lo Scorpione, con le chele protese verso terra. Non sono assolutamente abituato a vedere tutte queste stelle. Dopo un po' la sensazione è che ti precipitino tutte addosso, o che qualcuno abbia spaccato un bicchiere di cristallo su un panno di velluto nero.