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A dire la verità,
Abdellah qualcosa è riuscito a vendercela. Non un tappeto, non una collana, non un pugnale berbero; è un tour guidato in uno sperduto erg desertico a sud di
Zagora. Dopo averci descritto la faticosa vita del carovaniere, a cui la vita sembra riservare solo arsure, nostalgie e silenzi infiniti, ha tirato fuori un blocchetto per le fatture con tanto di partita Iva e ha incassato i soldi. Per 50 euro a testa avremmo passato due notti nel deserto, mangiato in
una vera tenda tuareg, e fatto due escursioni nel deserto, una in dromedario, l'altra in fuoristrada.
L'unica cosa che dobbiamo fare è andare a Zagora e contattare un suo cugino, un certo
Alì Nassim. Non ci dà indirizzo nè numero di telefono, abbozza con la biro sul retro della fattura una cartina della città piuttosto sommaria, disegna un lungo rettilineo, poi un arco, "La porta del deserto", poi la grande Gendarmeria Reale, infine il famoso cartello con scritto "
Timbuctù, 52 giorni", una palma attorno cui girare e, in fondo, sulla sinistra, la "Maison marveilles du Sud", in cui avremmo trovato suo cugino Alì.
La cosa, a mente fredda, potrebbe risultare sconsiderata. Abbiamo sborsato 200 euro ad un ipotetico tuareg, predone e venditore di tappeti per avere in cambio una ricevuta fiscale marocchina con dietro disegnata una specie di mappa del tesoro. Ma qui funziona così,
prendere o lasciare.
Prima di Zagora dobbiamo raggiungere
Tamgroute, in cui qualcuno, forse un altro "cugino" di Abdellah, ci avrebbe portato a visitare l'antica biblioteca di una scuola coranica.
Ci arriviamo seguendo la valle del Drâa, un fiume che spunta da un lago artificiale e poi scompare sotto la sabbia del deserto per chilometri fino a sbucarne per tuffarsi nell'Atlantico. Proprio questo tratto, quello della sua assenza, è quello più importante: segna infatti
la frontiera tra Algeria e Marocco. Il fiume di per sé è assente giustificato, affonda nelle sabbie a causa della permeabilità delle rocce, ma di una frontiera che scompare l'uomo non sa che farsene e nascono problemi a non finire.
I nomadi Saharawi sono un po' come questo corso d'acqua. Scompaiono nel deserto e compaiono un po' dove capita, Marocco, Algeria, Mali, Mauritania, non hanno una vera nazionalità. Gli algerini non li vedono di buon occhio perché non accettano completamente la legge islamica. I marocchini neppure, perché temono appartengano al Fronte Polisario, l'esercito di liberazione del sahara sud occidentale. Tutti li temono e li allontanano. Al giorno d'oggi essere nomadi è sempre più difficile.
A Tamgroute fa caldo, ci sono
almeno 35 gradi. Quando arriviamo è l'una del pomeriggio e la gente sta accucciata all'ombra a bersi il the. Per strada non c'è nessuno. Però basta fare il nome di Alì Nassim che subito un ragazzino corre a chiamare qualcuno. Arriva un giovane alto e magro, di colore, con gli occhi lucidi e vestito con
un'elegante handorà (ma la grafia è provvisoria), la casacca blu dei tuareg. Si chiama
Bader, sarà lui a guidarci d'ora in poi. Ci porta a vedere la biblioteca. Libri di matematica, astronomia, filosofia e testi religiosi, con miniature coloratissime. Li tengono qui perché l'aria secca li conservi, ma non li salvano dalla luce di questo posto, che arriva dappertutto. Visitiamo anche una casbah sotterranea, dove di luce ce n'è pochissima e, in compenso, c'è un odore forte di capra misto pagliericcio. La gente più povera ci vive ancora. Qualche turista tedesco insieme a noi rinuncia a passare nei vicoli più bui.
Torniamo all'auto, è ora di partire per Zagora. Bader si accomoda con noi sulla Toyota. Sta partendo anche lui per passare due o tre giorni nel deserto e con sé non ha che il suo vestito blu e una borsetta di pelle di capra. Dentro, ci tiene un portamonete, le sigarette e il cellulare che continua a mandare strani bip perché è a terra con le batterie.
Seguiamo ancora il Drâa, che qui non si nasconde ma, anzi, scorre in mezzo alle casbah e alle foreste di palme che circondano Zagora. Arriviamo lì verso le 15. C'è una strana animazione in città.
Polizia, vigili, nettezza urbana (è la prima volta che la vedo in Marocco). Alcuni uomini stanno piantando delle palme in un lungo rettilineo pieno di gente che sventola bandierine. Restiamo imbottigliati nel traffico.
Effettivamente, la città di Zagora non è poi così difficile da rappresentare: una strada dritta lunga qualche chilometro la taglia in due finché non si arriva alla Gendarmeria Reale e al cartello per Timbuctù. Arrivarci però non è uno scherzo. Un vigile ci informa che
è tutto bloccato: in città è in corso una visita ufficiale di
Sua Maestà Re Mohammed VI e, per motivi di sicurezza non si può passare. È una appuntamento importante. L'Algeria ha recentemente acquistato dei vecchi Mig dalla Russia e minaccia le frontiere. Un re non si vedeva a Zagora da 30 anni, ma adesso più che mai era importante che venisse fino qui. Bader osserva tutto un po' indifferente, sembra anche un po' seccato.
Quando finalmente ci fanno passare troviamo il cartello per Timbuctù e la palma. Giriamo attorno ed eccola, la "Maison marveilles du Sud", è un negozio di souvenir. È chiuso ma Bader chiama Alì al telefono, "Sto mangiando", gli dice, "dovete aspettare".
Poi il cellulare si spegne, non c'è più batteria.