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Dietro Marrakech ci sono montagne azzurre e luminose. Bisogna superarle per andare nel deserto. È
la catena dell'Atlante sud occidentale. Da sempre segna, a tutti gli effetti, uno spartiacque, un crinale naturalistico, antropologico e culturale.
Da una parte l'umidità dell'Atlantico, dall'altra il secco delle valli del
Drâa e del
Sous. Da una parte il verde delle querce e dall'altra l'ocra della sabbia. Di qua i marocchini, pragmatici e verbosi, di là i laconici berberi, fino ad arrivare al misticismo dei tuareg. E, per estensione, si potrebbe dire che è
la frontiera definitiva dell'Europa e del nostro mondo. Da qui in giù, se non ce ne siamo ancora accorti,
è Africa.
E il valico dell'Atlante
non è cosa da niente. Si parte al mattino presto. Andiamo a riprendere la macchina nel parcheggio-tetris dove l'avevamo lasciata. La Toyota è impolverata, laggiù, in fondo allo sterrato. Chissà quante volte l'avranno spostata. Fuori città si piglia una strada che comincia a salire e attraversa pascoli verderame. La terra è rossa, le piccole casbah che vi si nascondono sono costruite con
mattoni impastati di argilla, si notano a fatica e sempre per merito dei loro minareti, le uniche costruzioni dipinte di bianco. Greggi infiniti camminano sulle pendici delle colline e le punteggiano creando ipotetiche frontiere tratteggiate tra le cime e la valle.
Per strada non si incontrano molte auto. È comunque
una delle vie più battute dai turisti e la gente di qui lo sa.
Alcuni ragazzi mettono pietre per far rallentare gli automobilisti: sono
i venditori di pietre. Non si vedono, ma sono ovunque. Nei punti panoramici, dove la gente si ferma per guardare giù, appena un'auto accenna a fermarsi, i venditori sbucano da ogni parte. Forse si nascondono dietro un pietrone, o stanno appollaiati su una quercia, come tanti baroni rampanti.
Vendono pietre bellissime, scherzi della natura. Apparentemente sono normali sassi, ma come per magia si aprono e mostrano
un interno indaco o arancione. I più grossi li mettono al sole. Da lontano, fanno la stessa impressione di zucche o meloni succosi. In cima al passo, a più di 2000 metri di altezza, in mezzo ad un vento fortissimo riesco a scambiare una penna biro con molla della Regione Liguria con un sasso dall'interno screziato d'ametista. Da lassù la strada comincia a scendere verso il deserto.
I monti fermano le nubi. Da una parte quasi piove e dall'altra l'ultima precipitazione risale a qualche mese fa. Il clima è secco, la terra arida. I villaggi e le casbah si concentrano tutte sui fiumi, tutto intorno crescono solo arbusti.
Decidiamo di andare a sud, verso
Ouarzazate, la porta del deserto, passando prima per
Aït Benhaddou, una città fortificata di cui le guide dicono benissimo.
A questo punto, la strada comincia a farsi davvero importante. Qui sbagliare incrocio significa fare parecchi chilometri in più o perdersi. E, visto che non siamo proprio in centro a De Ferrari, le indicazioni scarseggiano o sono ambigue, non si sa bene dove andare. In questi casi, il buon senso consiglia di chiedere a qualcuno del luogo. Il guaio, però, è
trovare qualcuno.
Ecco. Queste sono le condizioni ideali per cadere nella formidabile rete turistica marocchina. Funziona un po' diversamente che da noi. Qui non esistono Info Point, APT, guide certificate, numeri verdi o altro. Qui esistono solo i cugini. Sì,
i cugini. Ora mi spiego. In Marocco, tutti sono cugini. E, in famiglia, c'è sempre un cugino che fa qualcosa di cui hai bisogno, un cugino panettiere, un cugino ristoratore, un cugino meccanico, un cugino che organizza tour per europei sprovveduti in mezzo al deserto.
Troviamo un bivio sterrato per Aït Benhaddou. Appena 6 Km, sembra una pacchia. A due passi c'è un tipo che cammina da solo sotto il sole. Chiediamo se la strada è praticabile. No, ci dice. Meglio passare larghi, la nostra macchina è troppo bassa e resteremmo insabbiati. Guarda caso anche lui va ad Aït Benhaddou. Se gli diamo un passaggio ci indica volentieri la strada. Sale e partiamo.
È magro con la pelle seccata dal sole, ma nonostante il caldo, veste un giubbotto di pelle e un paio di jeans.
Non dice una parola.
Di lavoro fa la cosa più comune del mondo, vedo gente, faccio cose. Però, quando arriviamo ad Aït Benhaddou, per ringraziarci del passaggio, ci invita a bere il te a casa di
suo cugino Abdellah. Abdellah arriva sorridente con addosso la casacca blu tipica dei tuareg. Parla benissimo italiano, dice di aver lavorato molto nel cinema, con Bertolucci, da queste parti hanno girato
Il the nel deserto.
Ci fa accomodare in una stanza tappezzata di tappeti, ci racconta del suo mestiere - fa il carovaniere -, ci offre un the alla menta,
ci veste da tuareg, ci invita a cena e ci trova un albergo. Tutto questo solo per aver dato un passaggio a suo cugino? I sospetti si moltiplicano. In camera, prima di cena, ci prepariamo a tutto.
Il più romantico sono io. Ci credo davvero all'ospitalità di questa gente, lo vedo come un loro modo di fare, la ricerca di un contatto, eccetera eccetera. Paolo invece è il più disilluso: prepariamoci a
comprare un tappeto. Io e lui scommettiamo da bere. Claudio e Stefano ipotizzano come gestire la situazione. Ma non c'è tempo.
Il cugino è venuto a prenderci e ci porta da Abdellah.
Ci fa accomodare in un'altra stanza, più grande e comoda, completamente ricoperta di tappeti e con cimeli tuareg ovunque. Abdellah comincia a parlarci di quanto sia dura la vita del tuareg, sempre
tra dromedari e dune, di come tutta la sua famiglia, da generazioni faccia il mestiere del nomade. Di là, intanto, sfrigola sul fuoco un
tajine.
Sono già le otto passate e non c'è ombra di cibo. Abdellah prende uno dei suoi tappeti e comincia a descriverci tutte le differenze tra i disegni ber-ber e quelli tuareg o haratin. Poi apre uno scrigno e
tira fuori gioielli bellissimi, collane, pugnali intarsiati, bracciali e anelli. Alla fine sul pavimento non si può camminare dal gran numero di oggetti che ci sono.
Ci guardiamo a turno negli occhi e capisco di aver perso la mia scommessa:
non usciremo di qui senza aver comprato un tappeto. La mostra continua, ora tocca ad astrolabi e ammennicoli astronomici. Sono quasi le nove. Abdellah cerca di sfiancarci con la fame. Conosciamo la sua tattica. Si aspetta la parola fatidica, l'apriti sesamo della contrattazione: "
Combien?".
Ma nessuno di noi dice nulla. Non abbiamo soldi né voglia di comprare nulla, abbiamo solo risposto ad un invito. Lui tenta l'ultima carta: comprate qualcosa per la vostra mamma lontana. Niente, silenzio.
Alla fine, verso le 10 di sera, è lui a cedere. Chiama il cugino e con un gesto del mento gli ordina di cominciare a piegare tutto. E quello, paziente e taciturno, rimette lentamente a posto il tesoro di Alì Babà.