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Un taggiasco a Marrakech

 
Un'esperienza da non perdere: un pomeriggio all'hammam. Tra abitudini antiche e calore micidiale, col rischio di sbagliare strada
 
   

     
27 maggio 2006
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di
Giacomo
Revelli
   
Hammam
Leggi gli altri racconti di Giacomo Revelli in Marocco

Non andatevene da Marrakech senza essere stati in un hammam.
L'hammam è il bagno turco. Come spesso accade però, la locuzione italiana non rende l'idea: gli hammam non si trovano solo in Turchia, sono una tradizione di tutto il mondo islamico. Quella del lavaggio collettivo, delle abluzioni, del bagnarsi e rilassarsi tutti assieme è probabilmente una eredità della dominazione romana, dell'usanza delle terme da noi oramai scomparsa ma che qui è ancora diffusissima. Già la parola suscita l'idea di qualcosa di caldo e avvolgente, un luogo a parte.
All'hammam si va una volta alla settimana, sempre lo stesso giorno. C'è chi ci va di lunedì, di sabato, di mercoledì. Ci si trova tra compagni di hammam come tra compagni di merende o di calcetto. Seduti sulla ceramica con un asciugamano annodato addosso, ci si racconta un po', la temperatura e l'umidità sciolgono gli ultimi vincoli, le parole rimangono intrappolate nelle volte del soffitto. Con il sudore se ne va una settimana di fatica e lavoro, quando si esce di lì si è come nuovi, con la pelle lisciata dall'olio di argan e i capelli che profumano di essenze.

Capita, passeggiando nei vicoli della casbah, di incontrare portoni decorati con mosaici di azulejos e dalla cui penombra arrivano odori e aromi estatici. Non sono profumi sintetici: ci vorrebbe una foresta di Arbres Magiques per riprodurli. Qui i suq pullulano di negozietti e banchi che vendono oli essenziali, fiori secchi e aromi per l'hammam. Ce ne sono di tutti i tipi, l'abilità sta nell'incrociare quelli giusti, perché uno non sorpassi un altro. Hanno nomi più da cristalli che da spezie, sono essenze di cui basta stillare anche soltanto una goccia per sovraccaricare il naso di stimoli. Perché il naso, l'olfatto, che da noi dei cinque sensi è quello meno sviluppato, quasi atrofizzato, ritrova qui la sua efficacia, ma tutta insieme, senza passaggi intermedi.

Superata la porta, di solito l'hammam si divide in due: quello per gli uomini e quello per le donne. Non c'è un'indicazione esplicita per ciascuna direzione: si capisce da sé dove stanno gli uni e dove andranno le altre, come tutto ciò che le riguarda, anche se può non sembrare - ché siamo nell'Islam - ciò che è dedicato alle donne ha in questo paese un trattamento speciale e raffinato.
Un hammam è costituito da una serie di stanze vuote e riccamente decorate a motivi geometrici e floreali. Dentro le mura, nelle intercapedini, scorrono tubi in cui passa vapore, per cui le pareti si scaldano molto e la temperatura all'interno supera i 40 gradi, con un'umidità del 90%. Roba da collasso. Ci si può però rinfrescare con uno dei rubinetti d'ottone che sbucano dalle pareti: uno per l'acqua calda e uno per la fredda.
All'esterno dell'edificio, alimentate da uomini piccoli e sudati, le caldaie a legna scaldano serpenti d'acqua che sbucano e tornano nei muri. Chi lavora in un hammam ha del grottesco: le condizioni estreme del loro lavoro ne trasformano i lineamenti, la fisionomia. Ci invitano a visitarne uno: c'è un tipo magrissimo che dopo aver spalmato olio d'argan su tutto il corpo, striglia con una brossa la schiena della gente e pratica chiavi articolari passandole come stretching. Se bello vuoi diventare un po' devi soffrire.

L'olio d'argan ha una storia molto particolare. Viene prodotto dalle bacche di argan, una pianta simile ad una quercia che cresce abbondante nella zona sud occidentale del paese. Ma per estrarlo non basta spremere le bacche come olive: bisogna farle mangiare a capre o dromedari. Solo così si riesce a sciogliere la dura pellicola che le avvolge. Lo stomaco di questi ruminanti fa parte della catena di produzione. Poi qualcuno si deve prendere la briga di raccoglierle dallo sterco e portarle alla spremitura.

Noi senza volerlo, scegliamo un hammam molto particolare. Forse è colpa mia: un ragazzo ci si era avvicinato per venderci qualcosa e io gli ho chiesto dov'è un hammam. Quello, identificatomi come italiano, forse per la fama che ci accompagna, mi ha frainteso e ci ha spediti qui, in un posto dove ci sono solo donne che sorridono dietro le tende. Uomini di una certa età, vestiti solo di un asciugamano, entrano ed escono da cortine candide e inamidate, accompagnati da signorine vestite di bianco.
Non capiamo bene dove siamo finiti. Per tenerci buoni, ci offrono il solito the alla menta. Ma quando una signora ci si avvicina per chiederci che vogliamo fare, diciamo chiaramente "Hammam", così ci accompagna di sopra. Sorpassiamo le stanzette con le tende tirate e le signorine massaggiatrici. Superiamo un altro piano che sembra deserto e buio già alle sei di sera. Ci porta sul tetto. Lì c'è una stanzina con le pareti intonacate d'indaco e le mura roventi.

Ne esce una ragazza vestita solo di una sottoveste sudaticcia, dice di chiamarsi Rachida. E' carina, sorride ma non parla molto. Ci fa spogliare in un piccolo stanzino. Non nudi, restiamo in mutande. Tra di noi circolano sguardi che devono essere simili a quelli dei militari nei casini di una volta.
Il primo è Stefano. Rachida gli butta addosso un secchio d'acqua calda. Gli spalma abbondanti manate d'olio d'argan, lo striglia con una brossa che arrossa la pelle. Poi tocca a me. Prima la schiena, poi le gambe, la pancia, l'inguine. Poi mi allunga l'avambraccio sulle ginocchia per strofinarmi le braccia con forza. Così, in quella posizione, è impossibile non toccarle il seno. Fa così anche con gli altri due che entrano dopo, stesso trattamento. Alla fine lei è stanca, stremata. Le chiediamo da dove viene. Dice che arriva dalla campagna, non sa nemmeno il francese. L'unico lavoro che fa è quello: strigliare persone dalla mattina alla sera.
 
 
 
 
 
 
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